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Articoli

Spacciatore di Zyklon B

di Giorgio Kurschinski

L'indiscutibilità della realtà storica della Shoah e il dovere di tenere viva la consapevolezza della sua ripetibilità da parte di una società che tenda ad attenuarla è uno dei punti fermi di quella che Gian Enrico Rusconi ha definito “religione civile” della Germania di oggi. 
Il libro di Schlesak è la dimostrazione di quanto profondamente il cardine di quella religione civile sia proprio anche di uno dei più importanti scrittori tedeschi nati al di fuori dei confini storici della Germania. Come Herta Müller, anche Dieter Schlesak è un tedesco di Romania, nato a Schäßburg (in rumeno Sighi?oara) nel 1934, discendente di quei coloni che secoli fa si stabilirono in Transilvania, la regione che, nel corso della storia, appartenne all'impero asburgico, all'Ungheria e alla Romania. Germanista e redattore della rivista “Neue Literatur”, per sfuggire all'oppressione del regime di Ceausesco, abbandonò la sua Heimat nel 1969, per vivere fra Stoccarda e la Toscana. 
Come scrive nella prefazione Claudio Magris, il romanzo è “un indimenticabile affresco del male, degno dell'Istruttoria di Peter Weiss”. Come L'istruttoria è un Dokumentardrama, così Il farmacista di Auschwitz è un Dokumentarroman, basato sulla fedele trascrizione di importanti documenti e testimonianze tratti dalla letteratura relativa all'universo concentrazionario e di documenti dell'Auschwitz-Prozess, svoltosi a Francoforte sul Meno tra il 1963 e il 1965. 
Schlesak si concentra in particolare sulla ricostruzione della condotta dell'imputato Viktor Capesius, un farmacista di Schäßburg noto a sua madre e reincontrato nel 1978 per un lungo colloquio, di cui nel testo sono riportati ampi stralci. Capesius, scontati nel 1968 i nove anni di carcere comminatigli, muore benestante in Germania nel 1985, dove dagli anni cinquanta gestiva una farmacia e un salone di bellezza. Inquadrato d'ufficio nel 1944 nelle Waffen-SS, come molti tedeschi della Transilvania, sedotti acriticamente dalla ritrovata potenza germanica e al tempo stesso disprezzati come soldati di serie B, in quanto originariamente provenienti dall'esercito rumeno e ritenuti più adatti alla gestione sporca dei lager, aveva diretto la farmacia di Auschwitz. Responsabile della distribuzione dello Zyklon B utilizzato nelle camere a gas, prese parte alle selezioni sulla rampa di Birkenau, da cui, con l'imperturbabile sorriso di chi è intimamente convinto di compiere unicamente il proprio dovere, come cercherà di dimostrare lungo l'intero dibattimento, mandò alla morte o al lavoro forzato non solo degli sconosciuti, ma anche molti ebrei transilvani di cui era stato buon conoscente anni prima. Ad aggravare la sua posizione, il fatto di inviarli alla morte con gentili parole incoraggianti: “Andate soltanto a fare un bagno, fra un'oretta vi rivedrete tutti”, e di essersi probabilmente impossessato dei loro averi. 
Nel libro, tra le fotografie di Capesius, si vede quella in cui, intorno al 1928, siede sorridente in uno stabilimento balneare accanto ad alcune future vittime del lager, e la riproduzione di documenti autografi legati alla sua attività ad Auschwitz. Il volume si chiude con un'ampia e rigorosa bibliografia, un glossario e il profilo dei principali personaggi nominati. Adam è l'unica figura fittizia. Alternandosi alla voce narrante, riconducibile allo stesso Schlesak, conferisce all'incalzante narrazione un ritmo coinvolgente e un senso di unitarietà. Adam è un sopravvissuto, cui sono attribuite esperienze autentiche, condivise, nell'efficacissima fiction/non-fiction, con altri testimoni reali, quali Primo Levi o il polacco Tadeusz Borowski. Se L'istruttoria di Weiss ebbe il merito di scuotere le coscienze dei tedeschi intorpidite dal miracolo economico degli anni sessanta, Il farmacista di Auschwitz rappresenta un vigoroso contributo a quella necessaria Erinnerungskultur (cultura del ricordo), non ancora sufficientemente diffusa nell'Europa centro-orientale, come rileva nella prefazione alla traduzione ungherese dell'opera Zoltán Tibori Szabó. 
A riprova della qualità letteraria di questo romanzo documentario, efficacemente tradotto da Tomaso Cavallo, le parole attribuite ad Adam: “È la poesia che può salvare la vita, anche ad Auschwitz. Essa può portare vicinissimo anche i morti, i veri viventi, che sono in noi, parlano in noi, talora cantano, più spesso piangono”.


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G. Kurschinski, germanista, è dottorando in italianistica all'Università di Venezia

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Ottobre 2, 2009

IL FARMACISTA DI AUSCHWITZ di Dieter Schlesak, Garzanti 2006

Archiviato in: Scritture, recensioni— vbinaghi @ 8:09 pm
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Il farmacista di Auschwitz

Non dite mai: “Io ho letto i libri di Primo Levi, di questo e quest’altro, io dell’Olocausto so tutto”. Primo perchè certi libri non sono informazioni o storie in più da registrare, ma abissi in cui immergersi per perdere le proprie facili, ideologiche certezze e ritrovare la vita dello spirito. E poi perchè quella frase l’ho detta anch’io, prima di leggere questo libro. E adesso me ne vergogno. Espressioni mirabolanti sulla stupenda letterarietà del testo o sulle autentiche rivelazioni che può darvi, ve le risparmio.
Leggetelo, e basta.

Le memorie del boia

Dottor Fritz Klein di Zeiden: «Quando arrivavano ad Auschwitz dei trasporti, il compito dei medici era di identificare le persone inadatte o inabili al lavoro. Ciò riiguardava anche bambini, vecchi e malati. lo ho visto le camere a gas ad Auschwitz e sapevo che coloro che selezionavo dovevano finirvi dentro. Ma ho sempre agito unicamente in base ai comandi. Tutti i comandi erano impartiti solo oralmente. [ ... ] lo non ho mai protestato per il fatto che degli esseri umani fossero spediti nelle camere a gas, benché non fossi d’accordo. Se uno è nell’esercito, non può certo protestare.
Prendere parte a quei défilé di sicuro non era un divertimento, perché sapevo che le persone che selezionavo finivano nelle camere a gas. Le donne rimaste incinte nel lager, e così divenute inabili al lavoro, furono anch’esse selezionate in successive ispezioni».
Klein, condannato a morte a Bergen-Belsen da una corte britannica, fu impiccato il 13 dicembre 1945 a Haameln. La sua ultima foto: in maniche di camicia. Magro e assente. Già morto da vivo.

Mentre saliva la scala, si era messo sul volto una maschera antigas. Una volta giunto in cima alla scala, aprì un coperchio di forma tonda e rovesciò il contenuto della lattina nell’apertura. Sentii chiaramente il tintinnio del barattolo che aveva urtato contro il muro, mentre se ne versava il contenuto. Al contempo vidi che dall’apertura saliva verso l’alto una sorta di nuvola nerastra. Se quello fosse il gas, non sono in grado di dirlo. In ogni caso ho visto benissimo che versava un solo barattolo. Quando il graduato delle ss richiuse nuovamente il coperchio, dalla stanza si levarono grida indescrivibili. Non posso assolutamente descrivere le grida di quegli esseri umani. Posso solo dire che durarono otto, dieci minuti. E poi tutto fu silenzio».

Soldato delle ss Bock, al Processo Auschwitz: «Al di sopra di un gigantesco ammasso di cadaveri si poteva ancora vedere una nube bluastra. I cadaveri erano così avvinghiati gli uni agli altri che si faticava a capire a chi appartenessero gli arti e le varie parti del corpo. Ho visto per esempio che uno degli asfissiati dal gas aveva conficcato per alcuni centimetri il suo dito indice nella cavità oculare di un altro. Da qui si può valutare come sia stata indescrivibilmente spaventosa la lotta con la morte di queste persone. Una scena come questa non può essere descritta a parole. Io allora mi sono sentito così male che stavo quasi per vomitare».

Durante le mie ore di lavoro guardavo cosa facesse e ho visto che Capesius selezionava gli oggetti più preziosi e i pezzi di maggior pregio, li infilava nelle valigie di cuoio migliori e più tardi le portava via con sé. Una volta, improvvisamente si accorse che lo stavo osservando. Allora si voltò di scatto verso di me e mi disse pressappoco queste parole: “Prokop, dipende da te quanto a lungo ti resterà da vivere. Tu non hai visto nulla, se però avessi notato qualcosa, può capitarti prima del previsto ciò che ti aspetta in ogni caso”. Mi fu subito chiaro che, se avessi raccontato a qualcuno qualcosa di ciò che avevo visto, sarei stato perduto. Del resto noi dovevamo ripartire i medicinali in diverse stanze. In una di queste notai venticinque, quaranta valigie con migliaia di singoli denti strappati via e intere protesi. Questi denti provenivano da prigionieri uccisi nelle camere a gas, a cui insieme ai denti erano stati asportati anche pezzi di gengiva e di mandibola. Per questo motivo, a seguito della putrefazione, aveva cominciato a diffondersi un odore insopportabile».
Durante la carcerazione preventiva e poi anche più tardi, nel corso del processo, Capesius tentò a più riprese di ricostruire il corso della sua vita, di infondere luminosità alla sua cupezza, di abbellire il ricordo, dal momento che da tutto ciò dipendeva moltissimo: la sua libertà, la sua vita. Eppure, eccolo: non ha a disposizione alcun filo rosso, nessun arco, nessun nesso in grado di fornire senso. Naturalmente Capesius non prova neppure sentimenti di colpa o di rifiuto e di orrore per ciò che ha visto e a cui ha partecipato. Lui ha dovuto partecipare, e basta. Ricorda sempre e solamente il comando, l’ordine, il regolamento e le date, e i numeri, e il calendario. Rammenta solo dettagli burocratici univoci e comprensibili: per lui sono tutta la realtà.

La lingua di Dio

Lui, nel campo di concentramento di Buchenwald, aveva visto l’orrore delle montagne di cadaveri accatastati gli uni sugli altri. E anche lui si era salvato scrivendo un suo diario. Vi aveva descritto ogni cosa, come se sgravasse la sua anima da un carico di piombo. «Verso sera i moribondi e quelli che si ritenevano già morti furono accatastati gli uni sugli altri come per un rogo, come si impila la legna da ardere, un mucchio alto quasi quanto una torre. Una torre allucinante, che si muoveva e urlava. Ma quelle urla erano forse il loro ultimo grido.»

«È possibile trasformare tutto in bellezza … è possibile?»
«Sì», rispose Adam, «anch’io volevo precisamente questo, perché ero convinto che i morti non possono scomparire semplicemente così, ma, come dice l’immagine chassidica, esiste una porta e questa fossa fumante è davvero il ponte che conduce a Dio. Celan qui, nel suo Fuga della morte, ha trasformato in modo bellissimo queesto sterminio di massa in uno scampo; questi assassini, senza volerlo, senza saperlo in alcun modo, hanno prodotto un’enorme cesura storica, una frattura millenaria nel mondo che vediamo con gli occhi, e questo scampare a loro e alla storia indica anche una redenzione: il loro niente si rivela uno strumento storico, come il diavolo nel Faust.»
«Ci si chiede sempre e si continua a chiedere: dov’era Dio quando è accaduto questo? Tu ritieni che l’abbia saputo e abbia addirittura permesso questo rivolgimento radicale … ?»

«Sì, io preferisco chiamarlo l’Uno-Tutto, sempre giovane … Lui lo ha voluto, senza quest’Uno non può accadere assolutamente nulla e, se noi ne parliamo con il nostro linguaggio umano e la nostra miopia, diciamo sempre cose inadeguate … oltrepassa di gran lunga la nostra comprensione. Io ho udito là, nel campo di concentramento, i sopravvissuti alla loro morte e loro hanno vissuto “la tomba nell’aria” e la luce infinitamente chiara al di là del corpo e della storia cruenta, come i molti che ritornano oggi da casi di morte apparente, anche quelli sui campi di battaglia, persino i morti di Hiroshima, di cui sappiamo che hanno udito un messaggio fantastico, bello, inafferrabile: la morte è solo un transito, una liberazione per un mondo luminoso pieno d’amore, proprio come gli antichi saggi sapevano da moltissimo tempo e hanno tramandato, per esempio nel decimo libro della Repubblica di Platone o nei diversi Libri dei morti, e questi messaggi delle vittime erano possibili perché loro si erano ridestati dalla condizione di morti e potevano informarci al riguardo. Sì, e proprio questo mi dà la speranza che il loro dolore non sia stato vano, che i milioni non siano morti invano … E questo, proprio questo è bello! Questo è l’inimmaginabile, l’incomparabile, ciò che il linguaggio non sa dire; anche nel negativo, lo stesso crimine dei nazisti, che trafficavano con la “banalità” senza resti del povero corpo umano, come fosse “dimostrato” che l’uomo è un niente, è pura materialità, da demolire, da annientare a milioni riducendolo a montagne di capelli, di ossa … anzi, trasformandolo in cenere, annientando anche la morte: l’uomo è un numero, un esemplare privo di destino … altrimenti non è niente. Niente? Il campo di concentramento ha mostrato, prodotto, inaugurato esattamente il contrario: Dio, in effettti, in ebraico è il NIENTE. E la speranza? Non è assurdo pensare che essa acquisti terreno attraverso questo paradosso assoluto: ovvero che l’impensabile nella morte sia ora divenuto universale, anzi, storia? No, perché proprio l’indicibile, o l’assurdo, nel tentativo di dirlo diventa la verità!»
«E il linguaggio?»
«Su di esso scende un riflesso da quella luce. Innanziitutto là, nel campo della morte. In quella situazione particolare, in quella condizione così prossima alla morte per tutti, là il linguaggio si aprì ancora di più di quanto altrimenti fosse dicibile.» (…)
Tedesco io dico. E sono convinto che sia l’unica lingua che può colpire il centro … Non perché sia la mia madrelingua, no, ma per recuperare il dono perduto di parlare di Dio, perché certamente Dio a partire da Auschwitz si è ritratto dall’ambito dell’esperienza umana. E un ritorno dovrebbe provenire dall’idioma stesso della morte … Ma di fronte alle camere a gas non conta più nessun dogma di fede o proverbio consolatorio, per non dire poi la letteratura. Là, attraverso i morti, si era rivelato qualcosa di assolutamente incomparabile, che finora non si era mai dato su questa terra. Loro nelle camere a gas hanno vissuto l’esperienza di ciò su cui noi possiamo solo meditare e poi, del tutto conseguentemente, hanno pagato con la vita».
«Ma come ti è stato mai possibile scrivere in tedesco là, ad Auschwitz?»
Adam: “È comunque la mia madrelingua! lo l’ho difesa anche là. Anche nel campo di concentramento io non la odiavo come i miei compagni polacchi, russi, francesi. E scrivevo in tedesco. Tacere non era bene”.

Tremende complicità

Broad: “Di notte, anche a distanza di chilometri, si vedeva su Auschwitz un cielo colorato di rosso. Senza quei roghi giganteschi sarebbe stato impensabile far sparire l’enorme numero di morti deceduti nel lager e i cadaveri che provenivano dalle camere a gas. Per via del surriscaldamento, il camino del crematorio di Auschwitz presentava crepe vistose. Benché siano stati puniti draconianamente gli uomini di guardia ‘chiacchieroni’ e sia stata ascritta loro la colpa del fatto che il velo del segreto non fosse più così fitto come prima, per lo meno nelle immediate vicinanze era impossibile impedire al bagliore notturno delle fiamme e all’inconfondibile odore dolciastro di dare notizia di ciò che avveniva ad Auschwitz. Ferrovieri raccontavano alla popolazione civile che ogni giorno venivano trasportate ad Auschwitz migliaia di persone, mentre la capienza del campo di concentramento non veniva ampliata di conseguenza. I poliziotti che accompagnavano i trasporti confermavano quelle notizie. Il risultato era che un oratore nazista nella città di Auschwitz, di fronte alla renitenza della maggior parte del pubblico, dovette capitolare. Nel lager molte SS addirittura consideravano una vera e propria farsa, su cui ridere divertiti, l’indignazione della stampa tedesca sulle fosse di Katyn, contrapposte all’etica, alla morale, all’irreprensibile modo tedesco di condurre la guerra.

Adam: «È esistita anche la zona grigia e la corresponsaabilità ebraica. Ma ciò che è assolutamente innegabile è la corresponsabilità dei capi ebrei e degli judenrat, i Consiigli ebraici: senza il loro concorso, il genocidio non sarebbe stato possibile. CosÌ, per esempio a Berlino, l’arresto degli ebrei era esclusivamente nelle mani della polizia ebraica coordinata dal judenrat. E anche a livello locale le autorità ebraiche riconosciute furono sempre membri del Consiglio ebraico. Hannah Arendt nel suo libro La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme l’ha scritto: inndubbiamente il ruolo dei dirigenti ebraici nella distruzione del loro stesso popolo costituisce per gli ebrei il capitolo più cupo di tutta questa storia tenebrosa.
Eichmann stesso si stupì che non venisse mai fuori qualche resistenza, per non dire un sabotaggio, da parte di qualche normale impiegato e funzionario in Germania. Tutti partecipavano volontariamente e con molto zelo. E tutto funzionava, senza ostacoli, con il concorso delle autorità e delle organizzazioni ebraiche. E gli ebrei obbedivano alle ingiunzioni e si presentavano con il loro bagaglio come se, anziché andare alla morte, si andasse da qualche parte in ferie, insieme con tutta la famiglia.
Hannah Arendt: “Gli judenrat erano informati da Eichmann o dai suoi funzionari di quanti ebrei occorressero per ogni trasporto autorizzato ed erano loro a compilare la lista delle persone da deportare. E gli ebrei si lasciarono registrare, riempirono innumerevoli formulari, risposero a infiniti, dettagliati questionari sulle loro proprietà, cosicché il sequestro potesse avvenire senza complicazioni e poi si trovarono puntualmente ai punti di raccolta e salirono sui carri bestiame. I pochi che tentarono di nascondersi o di fuggire furono fatti rintracciare da particolari truppe di poliziotti ebraici”".
Eichmann vide soltanto che nessuno protestava, che ogni cosa funzionava, perché tutti «collaboravano».
Adam: «Era la chiara ossessione realistica, tipica delle masse burocratico-borghesi. Ma il peggio è che gli judenrat agivano così per salvare i notabili, dunque sé stessi. E, anzi, godevano della loro nuova potenza. Così il presidente del judenrat di Lodz, Chaim Rumkowski, se ne andava a spasso su una specie di carrozza, stampava carta moneta con la sua firma e francobolli con il suo ritratto, mentre le donne e i bambini, i lattanti e i vecchi del suo popolo diventavano cenere». (…)
Era tutta un’unica rete di complicità assassina, protezione e corrruzione. Accedere d’un sol colpo alla ricchezza e alla buona società era tutto, specialmente nel 1944 e alla fine. Mentre i più poveri tra i poveri, vecchi, donne e hambini venivano spediti nel gas, anzitutto dalla propria gente dei Consigli ebraici in tutta Europa. La stesso “barone” Freudiger ha calcolato una volta che almeno la metà delle vittime si sarebbe potuta salvare se non si fosssero seguite le istruzioni dello judenrat e si fosse scelta invece la via della fuga! Ma era lo stesso vertice dirigente degli ebrei a raccontare alla gente la favola del “trasferimento”, benché sapesse esattamente qual era la destinazione vera: il gas. È questa la più grande onta ebrea. E anche qui possono esservi solo orrore e vergogna.

Scienza e sterminio

Auschwitz, “il più grande laboratorio di genetica del mondo”, si trasforma nel vero paradiso della indagine biologico-ereditaria. Oggetti privilegiati di ricerca furono allora ebrei, gitani e gente con anomalie come “nani” o “siamesi”, ma soprattutto gemelli, in quanto la ricerca sui gemelli era il cavallo di battaglia di entrambi, tanto del maestro Verschuer, quanto dell’allievo Mengele.
Dottoressa Lingens: «L’asse Dahlem-Auschwitz. Sotto la direzione di Ottmar von Verschuer si rivelò l’ultima, letale conseguenza della ricerca e della scienza igienico-razziale, a cui nel nazionalsocialismo non erano posti liimiti. Verschuer – dal 1934 editore della rivista “Der Errbarzt” e dal 1936 biologo specialista nella Forschungssabteilung judenfrage del Reichinstitut fur Geschichte des Neuen Deutschlands, la Divisione di ricerca sulla questione ebraica dell’Istituto nazionale per la storia della nuova Germania – era considerato il corifeo scientifico nell’ambito della ricerca sui gemelli. Tornò a Berlino nel 1942 e succedette a Eugen Fischer, al suo pensionamento, alla direzione del KWI, il famoso Kaiser Wilhelm Institut, dopo che dal 1935 al 1942 aveva diretto il neofondato Istiituto per la biologia ereditaria e l’igiene della razza dell’università di Francoforte sul Meno. I buoni rapporti con il suo ex dottorando e assistente a Francoforte, il dottor Mengele, si dimostrarono particolarmente proficui per le ricerche di Verschuer: infatti, dopo che Mengele assunse servizio ad Auschwitz, il più vasto campo di sterminio nazista divenne “il principale laboratorio di ricerca del KWI per l’antropologia, la dottrina ereditaria e l’eugenetica” (anche il transilvano Nyiszli, ex studente dell’Istituto, divenne poi ad Auschwitz assistente del dottor Mengele!). (…)
Adam: «Ad Auschwitz a essere sempre in attività non erano solo i boia e i torturatori: erano attivissimi anche i medici. E non solo sulla banchina. Sono e restano loro i principali criminali. Auschwitz un’eccezione nello zoo umano, certo, doveva essere utilizzato, chissà quanto a lungo, come un gigantesco laboratorio per i loro esperiimenti sugli esseri umani».
Relazione del dottor Nyiszli su una dissezione di «persone deformi»: «Corrodemmo i cadaveri delle persone anormali con cloruro di calce, riunimmo le ossa ripulite in pacchetti e le inviammo all’Istituto di antropologia di Berlino-Dahlem. In tal modo il KWI di Dahlem venne in possesso di una gran quantità di “materiale” di notevole valore dal punto di vista delle patologie ereditarie: scheletri, teste di bambini, feti di aborti, testicoli, coppie di occhi, come. pure innumerevoli campioni di sangue e plasma. Così si fece della ricerca per il progresso della scienza che oggi si chiama genetica umana».

Religione e sterminio

Quando gli Stoffel gli chiesero se reputava giusto ammmazzare donne e bambini, Roland ripeté l’argomento: «Noi non possiamo permettere che crescano coloro che potrebbero vendicarsi!». Oppure: «Gli ebrei sono i nemici dell’umanità, non solo nostri!».
Roland a Innsbruck: «Sicuro, io sono religioso; ero anche, nevvero, insegnante di religione. Ma chi ha inchiodato sulla croce nostro Signore? Gli ebrei!».
«Insegnante di religione? Ad Auschwitz?»
«Sì, ero insegnante di religione nella scuola tedesca.»
«E hai anche assistito a queste scene di fucilazione al Muro Nero?»
«Sì, qualche volta. Uno doveva reggere, nevvero, diverse cose. E io ero capace di farlo.»
«E continuavi a essere insegnante di religione?»
«Sicuro. Nella scuola elementare tedesca. E lo facevo con convinzione. Perché nell’Antico Testamento si predica la religione ebraica: “lo sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che vi ha condotto fuori dall’Egittlo”. Nevvero? La Torà ebraica è proprio questo. E questa tradizione vive negli ebrei da tremila e più anni. E gli ebrei, nella misura in cui sono di fede mosaica, hanno ancora una religione adeguata … E i tedeschi non ne hanno nessuna … Ma creare una religione … per questo ci vuole una durezza mostruosa. E necessaria persino crudeltà. Perché bisogna essere intolleranti. Nessuna religione può essere tollerante … »
Gli chiesi se con ciò avesse in mente anche il nazismo, se anche il nazismo fosse stato una religione che forse intendeva riempire il vuoto seguito alla morte di Dio.
Roland: «Sì! E stato anche una sorta di religione!».

Il pianto dell’anima

Baila: « … Oioi, è un dulure, che non tace mai. E l’ho qui, nel mio petto, qui dentro, il grosso dulure, il sentimento, vorrei poter piangere, sempre piangere, ma non posso neanche questo, posso solo continuare a vivere così … e posso solo aspettare la morte … Non sono finita nella camera a gas, il buon Dio questo non l’ha voluto: io dovevo sopravvivere, dovevo tornare … ma per cosa? Qui nel ‘46 non c’era più una ebrea, la nostra casa distrutta, ciò che avevo avuto, sparito. E i miei figli, la ragazza e il maschietto, dei bambini così buoni, non li ho più visti e nessuno ha saputo dirmi dove sono finiti, dove sono morti, i piccoli, loro hanno chiamato per l’ultima volta la loro mamma, e la mamma non c’era, era da un’altra parte, oioi. E quando fummo di nuovo a casa … è andata così, così. Ma noi eravamo kaputt, distrutti .. Noi abbiamo vissuto come macchine. Tutto è andato meccanicamennte, come da solo, io non ho più sentito nulla, perché noi eravamo completamente kaputt. E questo non ha più potuto ripararlo nessuno, mai più nessuno. A che serve lamentarsi? Questo è un dulure fino alla morte. Sì. Loro lo chiamano dolore e io dico sempre dulure … Quando da noi viene una festa, allora c’è di nuovo il dulure più grosso; sì, non va via, perché dei miei non c’è più nessuuno. Allora mi siedo sempre nella stanza e penso a com’era e a com’è oggi».

6 Commenti »

  1. Grazie, Valter.

    Un libro veramente necessario, indispensabile come l’aria. E un autore immenso: mai incrociato dalle schiere di intellettualini e scrittorucoli nostrani, in perenne adorazione dell’ultima sòla amicale da recensire, gridando al capolavoro, negli abituri di appartenenza.

    Qui (e chiedendo scusa per la – purtroppo inevitabile, in questo caso – autopromozione) altri testi di Schlesak: che è anche un raffinato e originalissimo saggista e un eccellente poeta:

    http://rebstein.wordpress.com/category/dieter-schlesak/

    fm

    Commento di francescomarotta — Ottobre 2, 2009 @ 10:05 pm | Replica

  2. [...] Doctor Blue and Sister Robinia qualche pagina del libro di Dieter Schlesak, un’opera che nessuno dovrebbe permettersi di non [...]

    Pingback di Il farmacista di Auschwitz – di Dieter Schlesak « La dimora del tempo sospeso — Ottobre 2, 2009 @ 10:32 pm | Replica

  3. Grazie a te Francesco, per tutte le cose preziose che troviamo su “La dimora del tempo sospeso”.

    Commento di vbinaghi — Ottobre 3, 2009 @ 12:33 am | Replica

  4. fondamentale per capire
    non manca nelle librerie di chi conosce questo lato oscuro della nostra storia
    grazie
    c.

    Commento di carmine vitale — Ottobre 3, 2009 @ 12:06 pm | Replica

  5. letto con commozione.

    Commento di gugl — Ottobre 4, 2009 @ 2:10 pm | Replica

  6. Bellissimo libro

    Commento di Melandroweb — Ottobre 7, 2009 @ 9:54 am | Replica

INTERVISTA CON IL CORRIERE DELLA SERA (FIRENZE, CHIARA DINO) 30. 11.2009.

Tema: il romanzo di Dieter Schlesak “Capesius, il farmacista di Auschwitz)

1. Genezi. Ricerca. Arhiva.

Come introduzione devo dire da dove viene Capesius e anche io, da un gruppo di tedeschi dalla Transilvania (Siebenbürger Sachsen); loro sono venuti dalla parte della Mosella e del Reno (Rhein) nel tempo di Barbarossa nella Transilvania e hanno mantenuto 850 anni la loro lingua, il dialetto (si parla ancora a Lussemburgo) e la loro cultura. Anche le 250 paesini e 7 cita costruite da loro, danno a la Transilvania anche oggi la sua faccia. Ora sono rimasti pochi “a casa”, la maggioranza e ri emigrata in Germania. La perdita di una cultura, un dialetto, il abbandono delle 250 paesini e un fatto. Ma e la conseguenza della guerra e del nazismo e del comunismo, e un genere di autodistruzione perché loro hanno partecipato con entusiasmo a la follia di Hitler.

Le ricerche per il romanzo sono fatte con la esperienza della mia vita fra 3 paesi. Ma al inizio e stata la Transilvania. E solo dopo le esperienze della vita ho fatto le ricerche nei archivi, anche nei documenti familiare e personale e nelle   88 000 pagine del processo Auschwitz a Francoforte, dove e stato processato anche Capesius, il farmacista di Auschwitz e il farmacista dalla mia piccola cita Schäßburg, Sighisoara della Transilvania. Dove ho conosciuto Capesius come bambino, lui mi regalava caramelle di mente. E ora non posso soffrire questo gusto, sento il gas, ciclone b con quale Capesius ha amazzato mille e mille persone, bambini, donne, vecchi.

Capesius e venuto dal mio nido, dalla mia famiglia si puo dire, come il secondo personaggio Roland Albert e altri 4 zii che sono stati ufficiali SS nei lager di Buchenwald, Auschwitz, Neuengamme , Dachau e Flossenbürg. Ma anche dei ricordi dei bambini ebrei della nostra corte Baruch, e il rabbino, la sinagoga, anche loro conspscenti del Capeius, che li ha mandato una parte di loro nella camera di gas. Fanno parte della mia infanzia, dei ricordi e hanno rovinato dop che sapevo che e succeso allora 1940-45, miei ricordi sono cambiati e rovinati. Cosi con questi ricordi il materiale piu vero e veritabile per uno scrittore, ho scritto non solo Cqpesius, ma tutta mia opera. Anche con il pensioero grave: Che succedeva cop0n me, se avevo 8 anni di piu,arrivavo anche io in questo mulino della morte? Come mi comportavo, come loro esseguzire i ordini anche contra la propria cosciezna. Perque anch io ho avuto questa edicazione “tedesca” didel ordiner, della obedfienza, del sottometterti, e ho lottato tutta mia vita contro di me stesso, o questosocialisazione,.

E cosi e nata la mia trilogia Transilvanica Transyilvanische Trilogie, dopo mia emigrazone nel 69 del stato rosso della securitate. Che potevo anche quesio gustare da pieno con tutte le paure e p4ersecuzioni. Anche questa esperienza fa parte della mia opera i romanzi, le poesie e della trilogia. Il primo volume e stato scritto fra 70, dopo la emigrazione e una vizita in Israele, e uscito 16 anni dopo, nel 1986 aZurigo, e cße gia Capesius e Roland Albert e tutti colpevoli dalla mia familia. (ZEIGEN) E, per comminciare con l aricercha e il arhivio: dop lungi discussioni registrati come documenti nella mia famiglia, e interviste giori e giorni con Victor Capesoius e con sua moglie, si audite pene, la moglie e mazza ebrea, a Göppingen in Germania, e con Roland Albert ufficiale SS a Auschwitz e zio a Innsbruckj in Ausdria. Ma anche tante lettere, anche dal tempo di guerra, anche dai lager acasa in Transilvania ho citato. Per esempio: Ali/Neuengamm ….Il romanzo, ores il piu importante la mia opera capitale dopo “Capesius” si chiama “Vaterlandstage und die Kunst ds Verschwindens. Giorni dalla patria. E arte ella disparizione. Maq male tradotto cosi, e una citazione di Hölderlin Vaterlandstage.00TRadotto finora solo in rumeno. Il seconde volume della trilogia e Capesius, farmacista di Auschwitz, e stato come sapete e anche letto tradotta gia in italiano, e dopo nelle lingue vicino ad Aiuschwitz, ungareze, Ungaria, i ebrei dalla Transilvania parlavano ungereze, come anche Capesius, la edizoione ungareze e molto importante anche perche il esperto assoluto per la mare e crudele deport6azione in 1944 dei ebrei ungarezi dal Ungeria e dal Transilvania di Nord ha scritto una bella e profonda prefazione, si chiama Zoltan Tibory Szabo, e stato tradotto in tedesco nella seconda edizione di Capesius, uscito ora (2009) a Sibiu in Transilvania! Prima e uscito in in rumeno (2008), transilvania fa parte dalla Romania, e poloneze (2009), Auschwit s e in Polonia. Ora Contrate con Seix Barral Barcelona, Denoel, Parigi, Farrar Strass New York, case molto grandi, los stesso a Amsterdam, Praga, Jerusaleme e Brasilia in portoges. Vedete che il mio agente letterario da Milano Piergiorgio Nicolazzini ha fatto miracoli.

Ma ora e finito il terzo volume: il romanzo Transsylwahnien, TRansilmania, che ora e sotto contratto a Milano a Garzanti, anche questo probabil tradotto dal mio amico prof. Toamso Cavallo da Pisa, che ha trt5adotto molto bene Capesius.

In questo romanzo si parla del nido transilvanico-tedesco da dovo vengo, ma da dove viene anche Capesius, e una storia, la storia della mia famiglia dal 18 fino oggi, e il il personaggio principale e il mio alter ego.

Ma qui si parla anche molto sul Italia, dove vivo da 36 anni, allora e anche la storia del mio esilio, e perche vivo qui e non in Germania. Anche questa una ricerca personale che riguarda anche il farmacista. Perche mio secondo esilio e molto legato al passato tedesco e della mia famiglia. Era una protesta contro il stato della coscienza alolora nei anni settanta, di accettare la colpa. E solo quando somnoo stato in Germania con passaporto e cittadinanza tedesca facevo anche io parte in pieno. Sono stato qui, e ho scritto su questa colpa, per il Vaterlandstager sono nati 6000 Pagine (ZEIGEN!) usciti solo 800 (di manoscritto). Ma ho integrato da questi testi anche nel “Farmacista”.

Sono fugito, ma non scapato dalla Transilvania. Una monografia romena ha il toitolo: DS il maestro tedesco dalla fuga.

Transilvania, la fuga, anzi il esilio, il male di non avere casa, lavoro sulla colpa, le 2 dittature, questo e la tematica delle mia opera. Ora esce un libro di voci sul questa opera: Sprachheimat – dove la lingua e acasa. (ZEIGEN, übersetzen).

E ho fondato anche una associazione culturale ADS Italia a Rapallo/ Portofino, con una collega poetessa Violetta Vallaca, n in Translvania nella mia cita un ADS Romania nella mia casa di nascita, dove dopo sonois stati sempre ebre, io lp chiamo Baruchhaus, casa Baruch. Questi due fondazione , anche con un premio, ha il compito di fare ricerca in direzione di questa tematica, della mia opera, es sostenere quelli, che scrivono su questa tematica e anche sulla mia opera. Auschwitz e la dittatura rossa non devono essere dimenticate!!! La generazione giovane deve sapere, per non ripetersi questi orori!.

Ma la Transilvania o TRansilmania -   e sempre mio paese, ho sempre anche gircordi belle, e un bell paese una delle piu belle che consoco, mia nostalgia, mia melancolinia, e mia tristezza ho in un altro libro espresso: ora e uscito “Transilvania mon amour” (2009, ottobre) a Sibiu. Casa edt. Hora. Poesiemie sul tema e4 dei colleghi rumeni, tedesci, ungarezi, rom, ebrei dalla Transilvania tradotte da me.

E anche un altro volume di poesie uscito in questo anno (agosto) “Heimleuchten”, una bella parola tedesca. Entra il “ti lo faccio vedere io” ma, anche la luce che ti porta a casa. Uscito in Germania nella casa Pop Verlag. Ma ho un volume delle mie poesie sulla mia tematica in italiano università di Pisa, casa ETS. Cuarato dql mio amico poeta Stefano Busellato tradotto da 12 poeti italiani. Settanta volte sete, non sette. E la sete cvais metafisica da quale parla Schoipenhauer e deve essere nel anima del ogni uomo sano. Sette del amore, del senzo, del trascendente. In una parola sete dopo la musica e la poesia, del arte, del Luce di Dio.

E questo non manca ne anche nella TR9ilogia. Lego dal Capesius: p.

CELAN, che viene dalla Bucovina, una provincia, come la Transilvania prima dal Austro-Ungaria la KK Monarchi, dove viene anche Kafka, e forse il piu importante pota tedesco dop 45, la sua tematica e cvasi la stessa come mia, solo che viene dal altra parte del fronte, EBREO tedesco, che ha perso sue genitori in un lager tedesco. (ZEIGEN) Prof. Bevlkacva da Firenze.

Ma sono anche due autori molto importante con questa tematica e venendo dallo stesso luogo cvasi. Il premio Nobel dalla letteratura 2009 Herta Müller (vorzeigen) e dopo Imre. Kertesz da Budapesta, che ha preso il premio Nobel per il suo romanzo sul Auschwitz, essatamento sulla tragedia dei ebrei ungarezi e tarnsilvanici nel 1944 la piu tremnenda azione nel lager della morte. Esatamente la tematica del “Capesius il farmacista di Auschwitz”, anche se Capesius non figura n a Kertesz.

2/3. Capesius, Adam. Personaggi.Lo stile assettico, piu crudele.

Come Certesz, che ha dichiarato, che doveva inventare i ricordi, che nessuno non puo ricordare nello stato di anima di oggi, che e successo la, anche se e stato come prigioniera a Auschwitz come li Kertesz. Devevo trovare uno stile, uns struttura, anche per vincere il tabu di Adorno: che non si puo scrivere sul Auschwitz letteratura. Proprio ora mi ocupo in un saggio sui poeti ebrei di Bucovina, Celan e altri ccon quale sono stato amico, tutti sono morti, sul questa tematica del impossibilita di scrivere, man anch di scrivere come prima d Auschwitz. Luciano Zaggari il ordinario di Germanistica di Pisa, metteva tutta mia opera poetica sul questo segno, comne anchClaudio Magris.

Si puo scrivere, ma essatamente come testimonio, o meglio testimonio, che ha scritto la, con lo stato di anima del inferno!

Per questo ho scelto Adam, cvasi uno per5sonaggio “collettivo”, que e testimone diretto dal centro del inferno il “Sonderkommando” ho scelto anche 2 testimon Alfred Kittner e Immanuel Weissglas, che hanno scritto poesie e diario la. E altri 5-6. Marizio Berner. Gideon Greif etc. Altri che hanno lasciato prima di essere ucisi come testamento il loro scritto sotterrato in una scatolla, una bottiglie etc.

E dope anche testimonianze scritte molti anni dop. Come Böhm, Salomon etc.

E documenti dal proceso, lettere (anche dadi Capesius), libri-documenti (dalla biblioteca Capesius e Albert etc. Con notizie. (Ora tuto quest e gia nel grande archivio Schiller doi Marbach, mio lascito letterario.

Tutto quello, che ho cercato di scrivere solo come autore devevo buttare, quasi 450 pagine.

Non ho il mandato, non devevo mischiare. Forse solo il bambino di allore. E cosi ho fatto. O anche il adulto che visita e intervista i colpevoli.

Il personaggio principale Capesius, ho descritto dal mio proprio impressione, come bambino e come adulto. Ma anche come e statodescritto dalla mia madre, Capesius, lei dice Vic, i ha fatto Sighisoara la coret. O anche tante fotografie.

E dopo molto importante come e stato descrotoo dai te4stimoni oculari dei priogiernri transilvanici e dal personale della farmacia di Auschwitz al processo di Auschwitz nel 1963-65. O dalle lettere.

Ma la sua domanda e la mia intenzione, perche questo stile asettico anche del narratore.
Adam. E$ del autore stesso. Io posso citare Tibori Szabo ha dato una risposta meravigliosa:

traducoi dal tedesco:

Il autore ha dato ai risultati della sua ricerca una forma, quale lo costringe il lettore a fare un giudizio proprio solo con aito dei documenti messi a disposizione e i testimoni. La perennità e lo stato stoico con quale il autore narra pou esser sentito come crudele e senza pieta, ma e essatamente questo metodo quale il costringe il lettore di autoriffletere in uns senzo anche generalefarsi. Lo costringe die essere lasciato solo con i avvenimenti e di lasciare che i fatti c impensabili lo mettono a pensieri e non lsasciarlo anche dopo la lettura..

Il farmacista di Auschwitz – di Dieter Schlesak

By francescomarotta

Schlesak-Il%20farmacista

«Sì, io preferisco chiamarlo l’Uno-Tutto, sempre giovane … Lui lo ha voluto, senza quest’Uno non può accadere assolutamente nulla e, se noi ne parliamo con il nostro linguaggio umano e la nostra miopia, diciamo sempre cose inadeguate … oltrepassa di gran lunga la nostra comprensione. Io ho udito là, nel campo di concentraamento, i sopravvissuti alla loro morte e loro hanno vissuto “la tomba nell’aria” e la luce infinitamente chiara al di là del corpo e della storia cruenta, come i molti che ritornano oggi da casi di morte apparente, anche quelli sui campi di battaglia, persino i morti di Hiroshima, di cui sappiamo che hanno udito un messaggio fantastico, bello, inafferrabile: la morte è solo un transito, una liberazione per un mondo luminoso pieno d’amore, proprio come gli antichi saggi sapevano da moltissimo tempo e hanno tramandato, per esempio nel decimo libro della Repubblica di Platone o nei diversi Libri dei morti, e questi messaggi delle vittime erano possibili perché loro si erano ridestati dalla condizione di morti e potevano informarci al riguardo. Sì, e proprio questo mi dà la speranza che il loro dolore non sia stato vano, che i milioni non siano morti invano … E questo, proprio questo è bello! Questo è l’inimmaginabile, l’incomparabile, ciò che il linguaggio non sa dire; anche nel negativo, lo stesso crimine dei nazisti, che trafficavano con la “banalità” senza resti del povero corpo umano, come fosse “dimostrato” che l’uomo è un niente, è pura materialità, da demolire, da annientare a milioni riducendolo a montagne di capelli, di ossa … anzi, trasformandolo in cenere, annientando anche la morte: l’uomo è un numero, un esemplare privo di destino … altrimenti non è niente. Niente? Il campo di concentramento ha mostrato, prodotto, inaugurato esattamente il contrario: Dio, in effettti, in ebraico è il NIENTE. E la speranza? Non è assurdo pensare che essa acquisti terreno attraverso questo paradosso assoluto: ovvero che l’impensabile nella morte sia ora divenuto universale, anzi, storia? No, perché proprio l’indicibile, o l’assurdo, nel tentativo di dirlo diventa la verità!»

(Su Doctor Blue and Sister Robinia qualche pagina del libro di Dieter Schlesak, un’opera che nessuno dovrebbe permettersi di non leggere.)

L’uomo senza radici

L’UOMO SENZA RADICI

L’uomo senza radici

Il farmacista di Auschwitz

IL FARMACISTA DI AUSCHWITZ  

Il farmacista di Auschwitz