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By  sottoosservazione

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“Il farmacista di Auschwitz” di Dieter Schlesak

di Gaetano Vallini

“Sono stata deportata con i miei genitori e mia sorella ad Auschwitz nel  giugno del 1944. Arrivammo che era buio… dovevano essere le tre o le quattro. I  lampioni erano ancora accesi. Entrambi i miei genitori conoscevano da tempo il  dottor Capesius, che si presentava spesso nel loro studio quale rappresentante  dei prodotti della IG-Farben. Quando mia madre vide l’ufficiale che si occupava  della selezione dei prigionieri, disse:  “Ma quello è il dottor Capesius di  Klausenburg”. Io credo che lui allora abbia riconosciuto mia madre, perché fece  un cenno di saluto con la mano. Ma poi spedì a sinistra, nel gas, mia madre e  mia sorella, io invece fui mandata a destra, cosicché potei vivere. Più tardi ho  incontrato un conoscente che era accanto a mio padre alla selezione. Mi raccontò  che mio padre aveva salutato Capesius e gli aveva chiesto dove fossero sua  moglie e la sua figlioletta di undici anni. E Capesius gli avrebbe  risposto:  “Mando anche lei là dove si trovano sua moglie e la sua bambina,  è un bel posto”".  L’agghiacciante  testimonianza della dottoressa Adrienne Krausz, riportata da Dieter Schlesak nel  libro Il farmacista di Auschwitz (Milano, Garzanti, 2009, pagine 446,  euro 18,60), descrive efficacemente il protagonista di questo romanzo-documento,  un uomo che incarna alla perfezione quella che Hannah Arendt aveva identificato  come “la banalità del male”. Viktor Capesius dal 1943 è il farmacista della più  gigantesca fabbrica della morte della storia dell’umanità. Sulla famigerata  banchina dove giungono i convogli carichi di ebrei, seleziona personalmente le  vittime, fa loro lasciare i bagagli e le manda a morire. Ed è sempre lui a  distribuire i barattoli di Zyklon b che viene immesso nelle camere a gas. Fra  le persone che destina alla morte con inumana indifferenza ci sono non soltanto  persone a lui sconosciute, ma anche alcuni suoi antichi vicini di casa a  Sighisoara, gli stessi che in una fotografia del 1929 lo circondano sorridenti  nella scuola di nuoto della cittadina romena, la Schässburg dell’impero  austroungarico. Sono suoi compaesani, come Ella Salomon, che da ragazzina  entrava nella sua farmacia per ricevere una caramella o un bloc-notes in regalo  e che rivede arrampicarsi alla piccola feritoia del vagone deportati alla  ricerca di un po’ di aria; conoscenti come il dottor Mauritius Berner, che  appena arrivato al campo si vede strappare dalle braccia le sue gemelline di  soli sei anni, mute e atterrite, che moriranno poche ore dopo con la mamma  soffocate dal gas, e al quale dice come fosse la cosa più normale  del mondo:  “Andate soltanto a fare un bagno, fra un’oretta vi rivedrete  tutti”. È un libro durissimo, crudo, quello di Schlesak, che presenta un solo  personaggio inventato:  Adam, colui che in qualche modo fa da voce narrante  in un crescendo di testimonianze e resoconti allucinanti, tratti da verbali di  interrogatori e dalle udienze al processo ai carnefici di Auschwitz  svoltosi nel 1964 a Francoforte. A lui – deportato costretto a far parte del  Sonderkommando, un uomo che custodisce ricordi che sono come “bestie nere”, che  gli stanno alle costole, e ridono, e ghignano, ogni notte, atrocemente – lo  scrittore affida le sue riflessioni. Nato anch’egli nella transilvana  Schässburg-Sighisoara, Schlesak conosce bene Victor Capesius. La sua  trasformazione in mostro diviene oggetto di studio. Del resto nessuno avrebbe  potuto farlo meglio di lui, “notevolissimo scrittore che ha vissuto – come  rileva Claudio Magris nella interessante prefazione al libro – le contraddizioni  della sua identità di autore di lingua tedesca in Romania come un destino di  frontiera. Non certo solo quella geopolitica della sua vicenda personale, bensì  la frontiera esistenziale che nella storia contemporanea attraversa e divide  così spesso non soltanto i territori, ma anche e soprattutto le persone, il loro  cuore e la loro intelligenza”. Per Schlesak, come per il grande poeta tedesco  Paul Celan, nato in Bucovina, che perse la mamma proprio ad Auschwitz, la  madrelingua diviene la lingua degli assassini. Ma non riesce a rinnegarla. “È  comunque la mia madrelingua! – fa dire ad Adam – l’ho difesa anche là. Anche nel  campo di concentramento io non la odiavo come i miei compagni polacchi, russi,  francesi. E scrivevo in tedesco. Tacere non era bene”. E spiega:  “Sono  convinto che sia l’unica lingua che può colpire il centro (…) Non perché sia la  mia madrelingua, no, ma per recuperare il dono perduto di parlare di Dio, perché  certamente Dio a partire da Auschwitz si è ritratto dall’ambito dell’esperienza  umana. E un ritorno dovrebbe provenire dall’idioma stesso della morte”. Un  ritorno che lo scrittore vuole dunque far passare anche attraverso la narrazione  di ciò che molti hanno definito indicibile, ma che pure deve essere raccontato.  E lo fa ricostruendo la “metamorfosi infame” di Capesius, secondo l’efficace  definizione di Magris, attraverso la quale l’idillio di provincia diviene “il  più atroce e fetido mattatoio della storia”, in cui “i commensali di liete  tavolate domenicali nelle colline transilvane si dividono in assassini e  assassinati”. Per mezzo di quell’anonimo farmacista, arruolatosi come  ufficiale nelle ss, Schlesak cerca una spiegazione a come sia stato possibile lo  sterminio di milioni di uomini. Soprattutto cerca di capire come un uomo normale  possa essersi trasformato, al pari di migliaia di altri, in “volenteroso  carnefice”, per dirla con Daniel Goldhagen. Convinto di comportarsi da buon  tedesco, Capesius è diligente nell’eseguire gli ordini che gli vengono  impartiti, perché, come dice lui stesso al processo, “non si poteva fare  altrimenti”. E comunque manca il senso della colpa. “Sempre di nuovo questo urto  fra la normale vita quotidiana – racconta Adam – e ciò che incarna, che è  effettivamente l’uniforme delle ss. Con il suo modo di fare gioviale, Capesius  agiva sempre come se non fosse successo niente, come se tutto fosse  assolutamente normale”. È indubbiamente un uomo che ha difficoltà a capire il  male che si sta compiendo e che lui contribuisce a compiere. “Io – risponde al  giudice che gli chiede se quanto accadeva ad Auschwitz gli sembrasse illegale – sono cresciuto in Transilvania, con la più grande venerazione per il  germanesimo. Nella casa paterna lo stato tedesco mi fu presentato come stato  modello. Mio padre, in particolare, mi ha sempre spiegato che la Germania è un  modello di ordine e di legalità. Sulla base di questo atteggiamento ho ritenuto  che ciò che accadeva ad Auschwitz fosse legale, benché mi sembrasse crudele (…) Io non  ho  mai pensato  che  in Germania  fosse   possibile una cosa del genere senza  una legge  corrispondente”. Per Capesius, dunque, non si può scegliere, bisogna  obbedire; e comunque lo sterminio non può essere in discussione se ad attuarlo è  la Germania. “Non prova neppure sentimenti di colpa o di rifiuto e di orrore per  ciò che ha visto e a cui ha partecipato. Lui – si legge – ha dovuto partecipare,  e basta. Ricorda sempre e solamente il comando, l’ordine, il regolamento e le  date, e i numeri, e il calendario. Rammenta solo dettagli burocratici univoci e  comprensibili:  per lui sono tutta la realtà”. Ma certamente dopo la  guerra, sfuggito temporaneamente alla giustizia, gode di alcuni vantaggi tratti  dalla sua permanenza ad Auschwitz. “Durante le mie ore di lavoro – racconta un  deportato selezionato per il lavoro nella farmacia del campo – guardavo cosa  facesse e ho visto che Capesius selezionava gli oggetti più preziosi e i pezzi  di maggior pregio, li infilava nelle valigie di cuoio migliori e più tardi le  portava via con sé (…) Del resto noi dovevamo ripartire i medicinali in diverse  stanze. In una di queste notai venticinque, quaranta valigie con migliaia di  singoli denti strappati via e intere protesi. Questi denti provenivano da  prigionieri uccisi nelle camere a gas”. Come altri, quindi, anch’egli  si appropria dei beni dei deportati assassinati. Protesi d’oro, in particolare.  E con quell’oro insanguinato dopo la guerra si ricostruisce una vita  rispettabile e più che agiata a Stoccarda, dove apre una farmacia e un salone di  bellezza, si sposa e ha tre figlie. Dopo un primo arresto senza conseguenze  penali nel 1948, viene riarrestato nel 1959 e al processo è condannato a nove  anni di carcere. Muore a Göppingen il 20 marzo 1985. Ripercorrendo la vicenda  del dottor Capesius, nella quale compaiono personaggi tristemente noti, come “l’angelo della morte” Josef Mengele, “l’assassino per bene” Fritz Klein e il  comandante del campo Rudolf Höss, lo scrittore ricostruisce la terrificante  storia di Auschwitz:  il trauma dell’arrivo, lo strazio delle selezioni,  l’orrore delle gassazioni e delle cremazioni; crimini che non hanno bisogno di  iperboli per essere raccontati. Per questo Schlesak scrive con uno stile  asciutto, quasi con il distacco del cronista, consegnandoci un’altra  impressionante testimonianza sulla banalità del male. Un libro che conferma  quando a  volte la verità sia più inimmaginabile della più orribile  fantasia.

L’Osservatore Romano

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