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FOTO: Chiesa rinforzata di  Biertan; per  300 anni (1572-1867) ha costituito il centro religioso dei Sassoni di Transilvania. Monumento architetturale di grande importanza nel 1993 è stato incluso nell' elenco dei Monumenti dell'Umanità dell' Unesco.

Ancora un capolavoro sul Lager nazista più tristemente famoso, Auschwitz. Sembrava impossibile dopo che una lunga serie di libri di terribile bellezza, ultimo Necropoli di Boris Pahor, avevano rappresentato con terribile vivezza la realtà dei campi di concentramento e di sterminio tedeschi. Sembrava impossibile anche perché gli ultimi testimoni diretti stanno per scomparire, e non ci sarà più chi potrà raccontarne gli orrori per esperienza diretta. Ma Il farmacista di Auschwitz di Dieter Schelesak (trad. it. di Tomaso Cavallo, Garzanti, 2009) ci ripropone con forza la storia già nota in una prospettiva nuova. Il narratore, questa volta, non è un testimone, ma qualcuno che, viaggiando per la Germania, ha raccolto le testimonianze di persone che erano state presenti nel campo di sterminio sia tra le vittime scampate al massacro, sia soprattutto tra i carnefici. In particolare mette a fuoco la figura di un protagonista non minore della macchina infernale dello sterminio, il tedesco di Transilvania Victor Capesius. Capesius, nato a Miercurea Sibiului (in ungherese Szerdahely, in tedesco Reussmarkt, ora Romania), era stato uno stretto collaboratore del famigerato Mengele. Il dottor Mengele era lo scienziato per cui il campo di sterminio era diventato un grande laboratorio di ricerca eugenetica, sede di sadici esperimenti. Il Dottor Capesius era il capo della farmacia da cui partivano i fatali prodotti chimici per lo sterminio di massa. Se Mengele, brillante esponente della scienza tedesca, era della Baviera, Capesius veniva da una delle comunità tedesche esterne al Reich, dalla Transilvania, regione passata dall’Ungheria alla Romania dopo il 1918.

A questa minoranza storica appartiene anche il valoroso scrittore Dieter Schlesak, nato nel 1934 a Sighişoara, a non più di 100 chilometri dalla cittadina natale di Capesius. Tutti e due erano “sassoni”, cioè discendenti di quei coloni che i re di Ungheria avevano portato dalla Germania otto secoli prima, e che in nuove ondate avrebbero rinforzato la laboriosa e benefica presenza tedesca in terre dominate dagli ungheresi ma in cui prevalevano numericamente i romeni (a una di queste nuove ondate appartengono quei tedeschi del Banato da cui proviene la scrittrice premio Nobel Herta Müller).

Le famiglie dello scrittore e quella di Victor Capesius si conoscevano. Per gli Schlesak Capesius era una presenza familiare, era “lo zio Vik”. Capesius, che aveva indossato prima la divisa dell’esercito romeno, era poi passato nell’esercito tedesco, come molti altri uomini dell’esercito romeno che appartenevano alle minoranze tedesche del paese. Lo stesso era successo in altri stati occupati o alleati della Germania, e anche in Italia coi tedeschi dell’Alto Adige. Nel romanzo la figura di Capesius non è certo sola. Lo circonda una folla di altre persone (non dico personaggi, e si vedrà perché: tutto è preso dalla realtà). Molti di loro vengono dalla Transilvania: tedeschi e ebrei. Tra i primi il soldato semplice e poi, di colpo, ufficiale Roland Albert, anche lui di Sighişoara, che a Auschwitz alternava le ore di servizio e quelle di professore di religione nella scuola tedesca. Schlesak fa risuonare spesso la sua voce sgradevole, acuta e effeminata, che rievoca i suoi gusti privati: la musica, la lettura di Hölderlin. E poi il dottor Fritz Klein, di Codlea /Zeiden in Transilvania, condannato a morte nel processo di Francoforte … Dall’altra parte i medici ebrei prigionieri come Miklós Nyiszli, diventato aiutante di Mengele nelle autopsie, le due dottoresse, Gisela Böhm e Ella Salomon Böhm, madre e figlia, anche loro ingaggiate nella farmacia di Capesius, ebree della Transilvania che saranno più tardi testimoni dell’accusa al processo di Francoforte. E tante altre vittime, soprattutto ebrei transilvani, alcuni dei quali avevano riconosciuto con sorpresa il loro compaesano Capesius tra i militari tedeschi che li accoglievano a Auschwitz. Ma anche polacchi, francesi, ebrei e non ebrei, e prigionieri di molte altre nazionalità, che appaiono raramente nel romanzo: sono quasi tutte scomparsi nel gorgo infernale, e non hanno più voce.

Quanti tedeschi di Transilvania ad Auschwitz! Nell’arruolarli, assieme ad altri tedeschi nati fuori dai confini patrii, Volksdeutsche a differenza dei tedeschi di Germania, i Reichsdeutsche, il comando tedesco li aveva spesso avviati a mansioni complementari, come questa che abbiamo detto, di assistenza ai campi di prigionia, e all’occorrenza di sterminio, che avrebbe fatto di molti di loro dei criminali. Quegli ex - militari romeni, già sudditi ungheresi, buoni fedeli della chiesa riformata di Transilvania, avevano potuto vedere arrivare in massa tra il maggio e il luglio del 1944, nei terribili trasporti organizzati da Eichmann, gli ebrei dell’Ungheria e della Transilvania settentrionale. Compaesani, questi ultimi, conoscenti, amici, adulti e bambini. Con questi vicini avevano vissuto fino a poco prima in pace e in armonia nelle stesse città. Alla loro discesa dai fatali treni blindati, molti avevano visto Capesius, che era il distributore del mortale Zyklon B impiegato nelle camere a gas. I sopravvissuti diventeranno testimoni a suo carico. Anche se Capesius pretende di essersi rivolto a questi compaesani in modo cordiale e amichevole, di avergli parlato in lingua ungherese, un’attenzione non piccola in un mondo in cui doveva esistere la sola lingua tedesca. Ma con le sue parole e i suoi sorrisi, se questi ci saranno veramente stati (il libro ci lascia in dubbio su questa sua pretesa), li aveva solo ingannati, avviandoli, come gli altri, alla morte.

Questa complessa materia narrativa, che si svolge per più di 400 pagine davanti agli occhi del lettore allibito (ancora una volta!) da tante efferatezze, è presentata con una tecnica narrativa particolare. Il libro è un immenso collage, un romanzo polifonico non nel senso di Bachtin, ma secondo il modello dei Falsari di André Gide (mediato certamente da opere tedesche), scritto con ineguagliabile abilità e efficacia. La voce dell’autore-narratore, sdoppiata da quella di un personaggio che dovrebbe essere di fantasia, Adam, introduce e commenta sobriamente i documenti dei fatti: verbali, deposizioni del processo che, per appurare le responsabilità personali, si è tenuto a Francoforte nel 1964 (da cui la memorabile Istruttoria di Peter Weiss), e soprattutto dichiarazioni private di Capesius, come di altri protagonisti, fatte all’autore stesso del libro. Schlesak, infatti, prima di stendere il suo libro, si è fatto reporter ed è andato a far visita a Capesius, libero dopo 9 anni di carcere, in Germania a Göppingen, dove si era rifatto una vita, ed era proprietario- il farmacista di Auschwitz - di una farmacia e di un salone di bellezza. I soldi non gli mancavano, e c’era il sospetto che fosse riuscito a trattenere una parte di quelli accantonati in oro (dalle protesi delle vittime!) e gioielli degli ebrei finiti nei forni di Auschwitz. Nella Romania comunista era stato condannato a morte, invece, e la via del ritorno a casa, nel dolce paradiso sassone, gli era preclusa. Tanto più per questo Capesius aveva accolto a cuore aperto il giovane ex-vicino di casa, il figlio di amici, e gli aveva fatto numerose confidenze, che noi possiamo leggere qui. Parziali ammissioni, giustificazioni (era la guerra!), digressioni, in breve: nessun senso di colpa, o ammissione di responsabilità. Lo stesso atteggiamento che aveva tenuto nel processo di Francoforte, dove un solo cenno di pentimento avrebbe anche potuto favorirlo nel verdetto. Capesius, invece, aveva cercato di accumulare prove, anche minime, di proprie azioni che avrebbero potuto essere considerate delle attenuanti, come per es. di un tentativo, di cui non c’è prova, di farsi trasferire da Auschwitz. Aveva cercato di far documentare il proprio atteggiamento umano verso alcune vittime del suo stesso paese. Aveva provato a influenzare i testimoni, scrivendo minute di quello che avrebbero potuto dichiarare al giudice in suo favore.

È difficile dare un’idea complessiva di questo libro terribile, che “ti colpisce come un pugno”, come ha scritto Claudio Magris nella sua bellissima Introduzione. I tanti frammenti di cui è fatto compongono come un grande, moderno mosaico, le cui tessere non sempre si incastrano. La verità non è sempre facile da sapere e non è sempre univoca. Un punto essenziale è il coinvolgimento emotivo dell’autore che in ogni pagina, in ogni riga, si trova di fronte all’immagine mostruosamente deformata del suo paese natale, della sua stessa famiglia, proiettati di colpo dallo sfondo dell’ idillio transilvano al primo piano della brutalità della storia. Quello che era accaduto ai suoi vicini, di diventare un carnefice o almeno un corresponsabile silenzioso, pensa l’autore, avrebbe potuto accedere a lui stesso. In fondo Capesius era stato al Ginnasio tedesco di Sighişoara il compagno delle ore di ballo di sua mamma, l’infernale farmacista di Auschwitz avrebbe potuto essere anche suo padre. Nell’album di famiglia dell’autore, nato nel 1934, c’è il ricordo della sua piccola patria tranquilla e tollerante, la Heimat transilvana. Qui erano però cresciuti, con gli anni, l’orgoglio di essere tedeschi, e, con l’amore per la grande patria lontana (il Reich), anche l’ammirazione per l’ascesa che l’avevano portata rapidamente, con Hitler, al ruolo di protagonista sulla scena mondiale.

La storia del Farmacista, grande libro, ma anche ennesimo capitolo della “banalità del male” finisce qui. Quella dei Tedeschi di Romania continua. Alla fine della seconda guerra mondiali, i Russi, già liberatori delle vittime dei campi di sterminio, trasportano una buona parte dei Tedeschi di Romania in Unione Sovietica perché, espiando le loro colpe, collaborino alla ricostruzione della patria del Socialismo. Pochi anni dopo li riportano nei loro paesi, dove vivono, assieme coi loro vicini Romeni, Ungheresi, Ebrei, la comunistizzazione del paese. Di qui, già dagli anni Settanta, emigrano uno a uno in Germania, comperati letteralmente dalla Germania federale, così come era stato permesso, a pagamento, agli Ebrei di lasciare la Romania per Israele o gli Stati Uniti. Oggi, nelle belle città della Transilvania, negli storici Sette Castelli (Siebenbürgen), di tedeschi non ce ne sono quasi più. I tedeschi di Transilvania, oggi in Germania, rappresentati da molti validi scrittori, tra cui Dieter Schlesak, cercano laboriosamente, dopo tanti disastri, una loro identità. Della ricerca fa parte anche questo scavo in un passato di colpa, che il Comunismo, nella sua politica di conciliazione attraverso la cancellazione del passato, aveva del tutto rimosso.

docente Lorenzo Renzi

Professore di Filologia romanza, Università di Padova

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