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Schlesak Il farmacista del campo, «normale» piccolo borghese che si credeva un filantropo Ad Auschwitz dopo il picn
GIANANDREA PICCIOLI Sulla Shoah esiste ormai una biblioteca immensa, che rischia di saturare l'attenzione: per dimensioni e modalita' lo sterminio degli ebrei (ma anche di zingari, omosessuali, dissidenti) resta la colpa per eccellenza della storia europea, ma gli orrori delle nuove guerre, dalla ex Jugoslavia al Ruanda al Sudan, per citarne solo tre, ne hanno in qualche misura smussato il carattere di unicita'. Resta l'indicibile (per questo, credo, lo si circonda di tante parole) di una efferatezza organizzata: il tanto criticato Heidegger aveva ragione quando vedeva nel mondo ridotto a pura tecnica la radice comune dei campi di sterminio e dell'industrializzazione di massa, sovietica o taylorista che fosse. Resta l'enigma della «banalita' del male»: a Nordheim come in Ruanda, ad Auschwitz come a Sarajevo o in Kosovo, individui che convivevano pacificamente, vicini di casa, paciosi riservisti richiamati in servizio diventano feroci massacratori. Non bastano le pur indispensabili spiegazioni storiche, sociologiche, politiche, psicologiche: forse solo quelle metafisiche possono dar conto di quell'ombra del nulla da cui tutti proveniamo (anche Dio, secondo una tradizione ebraica, prima di decidere di essere Dio) e che con la sua forza annichilente accompagna il cammino della natura e dell'uomo, dell'universo, di Dio stesso, per chi ne abbia una concezione biblica e non aristotelica. Ci sono libri che hanno documentato con autentica ricerca, e senza alcun pretestuoso sensazionalismo alla Jonathan Littel (il furbo autore delle Benevole), il processo di metamorfosi da cittadino tranquillo in boia (Come si diventa nazisti di W. Allen, Uomini comuni di C. Browning e soprattutto In quelle tenebre di G. Sereny). A questi si aggiunge ora Il FARMACISTA di Auschwitz, di Dieter SCHLESAK, benissimo tradotto da Tomaso Cavallo e con una simpatetica prefazione di Magris, che illustra anche la particolare cultura da cui l'autore proviene, quella dei sassoni di Transilvania (austroungarica prima, romena dal 1918). E' un romanzo-saggio, costruito su testimonianze processuali e private, diari, ricordi famigliari secondo un procedimento compositivo complesso che talvolta puo' disorientare il lettore. Una specie di epitome della Shoah vista attraverso «la carriera criminale di un piccolo borghese del tutto normale, padre, sposo, FARMACISTA e capitano delle SS», il dottor Victor Capesius, responsabile della farmacia di Auschwitz dal febbraio 1944 al gennaio 1945, utilizzato anche per la selezione dei deportati al loro arrivo alla stazione di Birkenau; due volte prigioniero delle forze alleate e sempre rilasciato; nuovamente arrestato per strada nel 1959 e nel processo Auschwitz del 1963-65 condannato a nove anni di penitenziario per concorso in omicidio di massa. Al momento dell'arresto possedeva una farmacia a Goppingen, un salone di bellezza a Reutlingen, aveva un reddito annuo di 400.000 marchi, un appartamento di lusso, si concedeva battute di caccia in Stiria, safari in Africa. Si suppone che la sua ricchezza provenisse dai beni (denti d'oro compresi) degli assassinati nei campi. Morto nel 1985, circondato dall'affetto dei suoi cari. A differenza di Strangl, il comandante di Treblinka che diventa una belva attraverso slittamenti progressivi nella compromissione ma ne prende consapevolezza solo molti anni dopo, nel corso dei colloqui con la Sereny, tanto che alla fine ne muore, Capesius si ritiene fino all'ultimo innocente. La sua linea difensiva: mai iscritto al partito nazionalsocialista, come tutti i tedeschi residenti in Romania costretto ad arruolarsi nelle Waffen-SS in base al trattato tedesco-romeno del 1943. D'altronde per chi vive in un sistema considerato legittimo l'obbedienza e' una virtu': non succedeva solo nella Germania nazista, cosi' come non erano caratteristiche solo di allora e di quel paese la polarizzazione amico/nemico o il deragliamento delle peggiori pulsioni popolari verso pericoli esterni o etnici: a molti governi sostenuti da grandi consensi si puo' dire de te fabula narratur. Capesius non si sente colpevole, anzi si ritiene se non vittima senz'altro incompreso: non c'era forse in lui filantropia quando separava i salvati e i condannati, amici suoi, coi quali fino a pochi anni prima faceva picnic in campagna, dicendo di non preoccuparsi, che di li' a mezz'ora si sarebbero reincontrati? E, sia pure diabolicamente, non aveva nemmeno torto: «Ad Auschwitz uno poteva reagire umanamente solo nelle prime ore. Bastava restare la' un po' di tempo e diventava impossibile reagire in modo normale. In base al piano operativo, tutti finivano per immerdarsi mani e coscienza. Uno era prigioniero e diventava un complice». Scrive SCHLESAKin un bellissimo saggio sul compatriota Celan, morto suicida a Parigi nel 1970: «Con le camere a gas, il lampo abbagliante delle bombe e i Gulag, l'inimmaginabile si era fatto storia e noi, come testimoni al limite della nostra immaginazione, non potevamo ritirarci nel consueto ci deve essere un senso nella morte di milioni di vittime; deve avere una chance la speranza assolutamente folle che tra vita e morte il confine sia riaperto, come si dice in una lirica del primo periodo : l'aspra ventata del ritorno, / il giorno di mezzanotte, / venga cio' che ancora non fu mai! / Venga dal sepolcro un uomo».

 

L’uomo senza radici

L’UOMO SENZA RADICI

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Il farmacista di Auschwitz

IL FARMACISTA DI AUSCHWITZ  

Il farmacista di Auschwitz