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Spacciatore di Zyklon B

di Giorgio Kurschinski

L'indiscutibilità della realtà storica della Shoah e il dovere di tenere viva la consapevolezza della sua ripetibilità da parte di una società che tenda ad attenuarla è uno dei punti fermi di quella che Gian Enrico Rusconi ha definito “religione civile” della Germania di oggi. 
Il libro di Schlesak è la dimostrazione di quanto profondamente il cardine di quella religione civile sia proprio anche di uno dei più importanti scrittori tedeschi nati al di fuori dei confini storici della Germania. Come Herta Müller, anche Dieter Schlesak è un tedesco di Romania, nato a Schäßburg (in rumeno Sighi?oara) nel 1934, discendente di quei coloni che secoli fa si stabilirono in Transilvania, la regione che, nel corso della storia, appartenne all'impero asburgico, all'Ungheria e alla Romania. Germanista e redattore della rivista “Neue Literatur”, per sfuggire all'oppressione del regime di Ceausesco, abbandonò la sua Heimat nel 1969, per vivere fra Stoccarda e la Toscana. 
Come scrive nella prefazione Claudio Magris, il romanzo è “un indimenticabile affresco del male, degno dell'Istruttoria di Peter Weiss”. Come L'istruttoria è un Dokumentardrama, così Il farmacista di Auschwitz è un Dokumentarroman, basato sulla fedele trascrizione di importanti documenti e testimonianze tratti dalla letteratura relativa all'universo concentrazionario e di documenti dell'Auschwitz-Prozess, svoltosi a Francoforte sul Meno tra il 1963 e il 1965. 
Schlesak si concentra in particolare sulla ricostruzione della condotta dell'imputato Viktor Capesius, un farmacista di Schäßburg noto a sua madre e reincontrato nel 1978 per un lungo colloquio, di cui nel testo sono riportati ampi stralci. Capesius, scontati nel 1968 i nove anni di carcere comminatigli, muore benestante in Germania nel 1985, dove dagli anni cinquanta gestiva una farmacia e un salone di bellezza. Inquadrato d'ufficio nel 1944 nelle Waffen-SS, come molti tedeschi della Transilvania, sedotti acriticamente dalla ritrovata potenza germanica e al tempo stesso disprezzati come soldati di serie B, in quanto originariamente provenienti dall'esercito rumeno e ritenuti più adatti alla gestione sporca dei lager, aveva diretto la farmacia di Auschwitz. Responsabile della distribuzione dello Zyklon B utilizzato nelle camere a gas, prese parte alle selezioni sulla rampa di Birkenau, da cui, con l'imperturbabile sorriso di chi è intimamente convinto di compiere unicamente il proprio dovere, come cercherà di dimostrare lungo l'intero dibattimento, mandò alla morte o al lavoro forzato non solo degli sconosciuti, ma anche molti ebrei transilvani di cui era stato buon conoscente anni prima. Ad aggravare la sua posizione, il fatto di inviarli alla morte con gentili parole incoraggianti: “Andate soltanto a fare un bagno, fra un'oretta vi rivedrete tutti”, e di essersi probabilmente impossessato dei loro averi. 
Nel libro, tra le fotografie di Capesius, si vede quella in cui, intorno al 1928, siede sorridente in uno stabilimento balneare accanto ad alcune future vittime del lager, e la riproduzione di documenti autografi legati alla sua attività ad Auschwitz. Il volume si chiude con un'ampia e rigorosa bibliografia, un glossario e il profilo dei principali personaggi nominati. Adam è l'unica figura fittizia. Alternandosi alla voce narrante, riconducibile allo stesso Schlesak, conferisce all'incalzante narrazione un ritmo coinvolgente e un senso di unitarietà. Adam è un sopravvissuto, cui sono attribuite esperienze autentiche, condivise, nell'efficacissima fiction/non-fiction, con altri testimoni reali, quali Primo Levi o il polacco Tadeusz Borowski. Se L'istruttoria di Weiss ebbe il merito di scuotere le coscienze dei tedeschi intorpidite dal miracolo economico degli anni sessanta, Il farmacista di Auschwitz rappresenta un vigoroso contributo a quella necessaria Erinnerungskultur (cultura del ricordo), non ancora sufficientemente diffusa nell'Europa centro-orientale, come rileva nella prefazione alla traduzione ungherese dell'opera Zoltán Tibori Szabó. 
A riprova della qualità letteraria di questo romanzo documentario, efficacemente tradotto da Tomaso Cavallo, le parole attribuite ad Adam: “È la poesia che può salvare la vita, anche ad Auschwitz. Essa può portare vicinissimo anche i morti, i veri viventi, che sono in noi, parlano in noi, talora cantano, più spesso piangono”.


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G. Kurschinski, germanista, è dottorando in italianistica all'Università di Venezia

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