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Non ricorre quasi mai alle cifre. Stavolta non riporta né stralci di atti processuali né interviste a squallidi criminali nazisti. „L’uomo senza radici“, l’ultimo romanzo di Dieter Schlesak, pubblicato il mese scorso da Garzanti, è costruito in modo ben diverso da „Il farmacista di Auschwitz“ del 2009. Lì lo scrittore – nato a Schäßburg ( in rumeno, Sighisoara) nel 1934, cioé nella comunità sassone della Transilvania – ricostruiva con particolare dovizia storica vita, morte ed orrori di uno dei suoi compaesani. Il farmacista di Schäßburg Viktor Capesius per l’appunto, amico della mamma di Dieter Schlesak, e inquadrato nel ‘44 prima nelle Waffen-SS e poi impegnato giorno dopo giorno a spacciare, nelle camere a gas di Auschwitz, le dosi mortali di Ziklon-B.

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La nuova fatica dell’autore tedesco-rumeno-italiano (è dal 1973 che Schlesak, dopo un fallito tentativo in Germania, vive e scrive – in tedesco- in Toscana), non è l’acribico ‘documentario’ che, con la potenza del „Farmacista“, „colpisce come un pugno“, per ridirla con Magris, il lettore che s’avventuri tra le sue 440 pagine. Eppure, anche „L’uomo senza radici“ una precisa cifra storica alla fine del romanzo la consegna. E basta quel numero da solo a far capire tutta la tragedia, e la deriva politica che colpì la comunità tedesca in Transilvania durante il nazismo, e poi. A pagina 419 Schlesak cita, e in rumeno, l’accordo stipulato nel 1943 tra Berlino e Bucarest: in pratica significava che tutti i romeni tedeschi, eguale se sassoni o svevi, „avrebbero potuto volontariamente assolvere il loro obbligo militare presso le SS. Così quasi 70.000 tra i nostri compaesani in modo del tutto incosciente e coatto finirono negli Ordini Neri e, purtroppo, come mio fratello Tallo e Roland, anche nei lager come personale di guardia“.

Schlesak

Una cosa significa chiamarsi Viktor Capesius. Per gli amici, ‘Vic’. E seguire pagina dopo pagina questo indefesso rumeno-tedesco alle selezioni sulla rampa di Birkenau; durante i processi a Francoforte del 1963 e nei 9 anni di prigione comminati al Farmacista di Auschwitz (e vederlo nel dopoguerra esercitare beatamente la sua professione, e sino al 1985, in Germania). Un’altra invece ritrovarsi a 10 anni, nei panni del bambino Dieter, a scorazzare sino all’agosto del ‘44 per le belle villette, i negozi e le scuole tedesche all’ombra delle amene colline della Transilvania. Ma scoprendo un pò alla volta, una goccia di veleno dopo l’altra, quanto la follia del nazismo e dell’antisemitismo più feroce ha già travolto la tua famiglia. Stavolta è lo zio Roland, biondino e nervoso, a presentarsi a natale o ai pranzi in giardino con il teschio delle SS sul cappello, dopo aver condotto nei locali della ‘doccia’ migliaia di ebrei appena giunti ad Auschwitz dall’Ungheria. Mentre l’altro zio, Tallo o Töff per gli amici, dopo gli studi d’ingegneria a Berlino, sta costruendo gallerie sul colle dell’Ettersberg presso Weimar, sfruttando le ultime forze dei prigionieri del KZ di Buchenwald (e da loro fatto fuori nella rivolta del Lager nell’aprile del ‘45). Dai primi colpi sparati dal nonno, nella Grande Guerra, per il Kaiser e re Franz Joseph al crollo della Romania nazista il 23 agosto del ‘45, Schlesak le ricostruisce tutte le guerre e peripezie della sua famiglia, e della sua vita nell’Europa dell’Est. Sino a quell’altra data che praticamente segna la fine della comunità sassone (e sveva): il gennaio 1945, mese in cui l’esercito sovietico inizia prima le deportazioni di massa, poi le confische di case e beni dei cittadini rumeni-tedeschi.

Dopo le crude testimonianze del „Farmacista di Auschwitz“, la nuova valanga di ricordi melanconici e sfibranti che travolge „L’uomo senza radici“ s’interrompe qui: nei gelidi giorni all’inizio del ‘45 in cui lo pseudo-idillio in Transilvania si trasforma, per tanti giovani tedeschi, nell’incubo agghiacciante dei Gulag di Stalin. E quindi, negli anni ‘70, nelle persecuzioni quotidiane, e torture, della Securitate di Ceausescu. E’ questo il punto esatto in cui la penna di Dieter Schlesak s’intreccia e cede il passo alla scrittura così metaforica, e martellante insieme, de „ L’altalena del respiro“. Il romanzo che l’altra sveva-rumena di Herta Müller attacca col ricordo preciso del momento in cui la giovanissima vittima, Leopold Auberg, da Hermannstadt (Sibiu) si prepara per 5 stramaledetti anni a lasciare i Carpazi per la fame più nera e i lavori forzati più duri nei Lager di Stalin. „ Erano le 3 di notte del 15 gennaio 1945 quando la pattuglia venne a prendermi. C’erano meno 15 gradi“, leggiamo nel primo capitolo del “Respiro”.

Letti uno dopo l’altro e in ordine cronologico, i romanzi di Dieter Schlesak e di Herta Müller – in cui il Premio Nobel assembla il calvario patito dal poeta Oskar Pastior e da sua madre (anche la mamma della Müller scontò 5 anni nei Lager) alle angherie a cui la Securitate sottopose la stessa scrittrice – danno, dall’angolazione dei Carpazi e dalla duplice prospettiva sia dei carnefici che delle vittime, il quadro completo delle aberranti ideologie e crimini con cui i totalitarismi hanno riempito di orrore il 20° secolo.

L’uomo senza radici

L’UOMO SENZA RADICI

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Il farmacista di Auschwitz

IL FARMACISTA DI AUSCHWITZ  

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