Get Adobe Flash player

ADS ROMANIA

  • 1
  • 2
Prev Next
ADS ROMANIA
ADS ROMANIA (2)

 

img 0889

A un anno dal conferimento del Premio Astrolabio, Dieter schlesak e Vivetta Valacca, con La luce dell’anima si aggiudicano il prestigioso Premio “Letteratura” indetto dalla rivista internazionale Nuove Lettere e dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli del quale hanno fatto parte dall’inizio fino alla prematura scomparsa gli scrittori Dario BellezzaFranco Fortini e Giorgio Saviane.

La giuria del Premio, composta dalla Redazione della rivista Nuove Lettere, vanta la presenza dei Professori Roberto Pasanisi (Lingua e Letteratura italiana, Università Statale per le Relazioni Internazionali MGIMO, Mosca), Constantin Frosin (Lingua e Letteratura francese, Università “Danubius”, Galaţi), Antonio Illiano (Lingua e Letteratura italiana, University of North Carolina at Chapel Hill), Mario Susko (Letteratura americana, State University of New York), Násos Vaghenás (Teoria e critica letteraria, Università di Atene) e Nguyen Van Hoan (Letteratura italiana e Letteratura vietnamita, Università di Hanoi).

Oltre 1.150 le opere a concorso nelle varie sezioni di poesia, narrativa e saggistica.

LEA - Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente, vol. 1, n. 1 (2012), pp. 597-603 
http://www.fupress.com/bsfm-lea

 

Dieter Schlesak, Vivetta Valacca
La luce dell’anima. Zeit Los brennt dieses Licht hier,
con un’introduzione di Angelo Tonelli


Pisa, ETS, 2011, pp. 158


Recensione di Alberto Ricci
Università di Firenze This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.>">

This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 


Leggendo la raccolta di liriche scritta a due mani dalla poetessa e saggista
Vivetta Valacca ed il poeta rumeno-tedesco, saggista, romanziere, pubblicista
e traduttore Dieter Schlesak, è giusto pensare ad un dialogo, al dialogo tout
court, e nel senso più alto del termine. E collocare tale termine – dal greco dià,
‘attraverso’, e logos, ‘discorso’ –, la cui pratica fin dall’antichità presuppone e
favorisce la forma sociale della polis, la comunità, e di strutture come l’agorà,
la piazza, nel nostro presente così scisso, multimediale e cibernetizzato, gerarchizzato
in sottoinsiemi politici, economici e giuridici scollegati gli uni dagli
altri, a mio avviso ne accresce tanto più il valore.
Forse, di fronte al vivere in una società così articolata, attraversata, secondo
le parole della stessa autrice nella postfazione all’opera, dalla “dolorosa realtà
di un’incomunicabilità di fondo”, dove “ciò che utopisticamente chiamiamo
‘dialogo’ altro non è se non un’alternanza di monologhi, in cui ciascuna delle
due parti parla soprattutto per se stessa” (150), bisognerebbe allora ripensare
il senso profondo di ogni dialogo. Tentando ciò potremmo riflettere sul
senso di un principio dialettico in cui ogni cosa può essere ciò che è solo per
contrasto con ciò che non è, e quindi solo in relazione alle altre. E l’errore
implicito in un sistema tale sarebbe proprio quello di considerare le cose, ma
anche le individualità, in una loro esistenza separata, come del resto ha fatto
il pensiero scientifico dominante a partire da Galilei, operando in direzione
opposta a quello dialettico. Lo studio del fenomeno isolato, la sua scomposizione
in parti sempre più piccole, per ricomporle in un insieme di parti
precedentemente isolate che soltanto coincide con la loro somma, stride con
una lettura dialettica della realtà. Ciò produce una mancanza di identità e di
appartenenza che lo stesso Schlesak nel suo saggio Bandiere Bucate, scritto tra
il 1990 e il 1991, denuncia: “… oggi questa mancanza di appartenenza non
è vera solo per gli scienziati [li definisce Zwischenschaftler, termine derivato
da Wissenschaftler, scienziato, con l’innesto della preposizione zwischen, tra,
come prefisso, che insieme al morfema derivazionale -schaft forma un termine

nuovo che pressappoco significa: operante nel tra] che vivono al confine della
propria disciplina, ma per tutti. Il secolo XIX, l’epoca nazionale, culturale,
ideologica delle patrie, di cui ancora serbiamo in noi il ricordo,

l’epoca delle certezze, volge alla fine”(D. Schlesak 1997, 25).
Ma se lo stesso principio dialettico si ergesse tuttavia a sistema totalizzante
di descrizione e di giustificazione di una realtà data, lo stesso Hegel in fondo
non ne è stato immune, si trasformerebbe, tradendo lo spirito che lo anima,
in ideologia. E allora dovremmo vedere nel dialogo un livello più alto della
dialettica; una sfera in cui da un lato il principio dialettico stesso viene messo
in contrasto con letture non dialettiche del reale, e, dall’altro, riconciliato,
dove caduto nell’eccesso, col proprio ossessivo negare qualsiasi assunto o
posizione che non abbiano uno statuto provvisorio. In tal senso dovremmo
quindi pensare ad una forma di dialogo più accogliente che non metta troppo
in discussione le zone d’ombra che pure esistono, e devono esistere, affinché
sia garantita, nel suo già precario equilibrio, la stessa trama dialogica. Ma si
tratta di ipotesi, teorie, astrazioni.
Forse alla base del felice dialogo tra Vivetta Valacca e Dieter Schlesak più
semplicemente c’è il mistero di un incontro, di ogni concreto incontro, che
avvenne, come apprendiamo sempre dalla postfazione scritta dalla poetessa, il
18 novembre 2006 ad Heidelberg, in occasione di una tavola rotonda presieduta
da Dieter Schlesak nell’ambito del World Poetry Festival. Incontro che
ebbe un seguito. Nel giugno dell’anno successivo furono invitati ad Argonauti
nel golfo degli dei, a Lerici, dove i loro versi, anche se tratti da opere già pubblicate,
si “intrecciarono” (143) per la prima volta intorno al mito di Orfeo
ed Euridice. La lettura fu un successo, e soprattutto per due fondamentali
motivi che possono essere considerati l’uno conseguente all’altro. Il primo è
che non si trattava di “raccontare di nuovo il mito”, ma di riviverlo “attraverso
le nostre convinzioni più profonde, attraverso il vissuto stesso” (144), per cui,
e siamo al secondo motivo, l’ascoltatore viene toccato dalla “forza della nostra
convinzione”, e più ancora dalla “nostra fedeltà al nostro reale sentire”, ed in
virtù solo “della forza della verità e del sentimento” (146).
Qualcuno dunque si incontra, e qualcosa si incontra: “Correva tra i due
quella corrente che muove i mari, la forza / delle maree saliva in loro”, recitano
questi bellissimi versi letti da Vivetta Valacca a Lerici e anche in successive
letture pubbliche, e si tratta anche qui di un dialogo, quello tra Penelope ed
Ulisse, mito d’amore, accanto a quello di Orfeo ed Euridice, tra i più avvincenti
che si pone alle origini della nostra stessa civiltà. Sono tratti da Il mare dai
mille occhi (28), che con Lo specchio del mondo e La danza delle onde, pubblicati
proprio in quegli anni, compongono la trilogia di argomento omerico con
cui l’autrice inaugura la poetica del Mitoesistenzialismo. Nella prefazione al
volume che chiude la trilogia, Angelo Tonelli annota: “Per Vivetta Valacca il
mito è il modo più efficace per parlare in termini esistenziali, è forma mentis
per leggere il presente e esprimere le emozioni: così la vita si fa opera d’arte, e
dieter schlesak, vivetta valacca, la luce dell’anima. zeit los brennt dieses licht hier 599
l’orrore può diventare bellezza” (7). Ciò è da intendere quindi – se pensiamo
ad esempio alla definizione di un Barthes, per cui il mito parla delle cose
“senza spiegarle, le fonda come eternità e natura” (Barthes 1964, 130), oppure
a quella di Horkheimer/Adorno che vi vedono “la proiezione del soggettivo
nella natura”, e quindi il mito vuole “raccontare, nominare, dire l’origine”
(Horkheimer, Adorno 1966, 14) – come trasporto di vita concretamente
vissuta che attraverso la nominazione verbale passa ad essere, a partire dal
dato biografico, categoria esistenziale.
Potremmo allora definire il dialogo che fonda La luce dell’anima l’incontro
di due esistenze nel senso dell’umano, in quanto riflesso di un limite che
sancisce un io ed un tu, ma che nella rivelazione dei sentimenti, e soprattutto
del più grande di tutti, l’amore, tale limite può trasformarsi nel confine ultimo
che assume il valore massimo del noi. Fedeli alla forza del proprio sentimento,
i versi di Vivetta Valacca, andando direttamente al cuore dell’enigma, riportano
alla luce l’ansia di un’interrogazione stringata, inquieta, che ne rappresenta
allo stesso tempo la definizione più umana: “Fedele / io, tu? / Dove finisce IO? /
Dove incomincia TU? / È / soltanto noi dovunque” (25). Il destino dell’incontro
nell’amore è “mistero che attira”, che coinvolge e sconvolge la strutturazione
stessa della personalità che si definisce io, tanto da costringerla necessariamente
a guardarsi allo specchio della propria identità, poiché “… l’eterno ritorna /
richiama / i due all’uno / com’è, com’era / in principio”, per potersi riconsiderare
un tu, ovvero un “Essere l’altro/nell’altro” (21). Vivere ciò significa conoscere se
stessi in un nuovo essere creaturale, è entrare in se stessi e riscoprire la propria
interiorità in una tensione estatica che abbraccia l’uomo nella sua totalità,
tanto da divenire prima destino: “TU sei nel mio destino / e io nel tuo / Voce che
scava / e apre delle porte / che non sapevo / o non avevo” (17), e poi rilettura di
un senso e di un’identità nella dimensione dell’eterno che sospende le stesse
categorie spazio-temporali: “Ti leggo / e passo il mio dito / su ogni segno del volto
/e sfoglio le pagine / del tuo corpo. // Vi leggo / il senso dell’amore / e il mio destino
/ vi leggo / l’eternità che mi hai dato” (15).
Versi che si riflettono come immagine speculare in quelli di Schlesak, che
cito in lingua tedesca, per preservarne la suggestiva musicalità, nel controcanto
che ne è a sua volta il riflesso (e pensare che non nascono nemmeno dall’intento
di scrivere a due mani, ma alternandosi liberamente, di giorno in giorno), e che
di fronte al mistero dell’amore denota uno stesso disorientamento e tensione
conoscitivi, quando si chiede: “Du wer hat dich in meine Tage geschickt / Die
so hell sind weil es dich gibt” (20), spiegando lo smarrimento esistenziale: “…
Denn das bin endlich nicht mehr ich, / so brauch ich dich, die diesen Andern
trägt, du / kommst und gehst und bringst ihn mit, wie soll / ich leben ohne ihn
und sie, der mit dir geht …” (16), giungendo alla conclusione: “So sind wir
eins / wenn ich mich täglich / mehr und mehr / in dich verliere” (60), tanto
che: “… du und ich / wir sind das erste Paar” (104), gli opposti si uniscono
nell’immagine allegorica della coppia adamitica, disorientamento e tensione
reciproci si ritrovano come unità originaria e condizione umana prima della
caduta, stato di perfezione che coincide con la stessa natura di Dio. Lo stesso
poeta ci dice: “Dio, l’UNO, è stato frammentato dall’uomo: donna e uomo,
che in verità non sono divisi, solo con quell’atto di peccato – mangiando la
RATIO, la falsa conoscenza visibile – si vedono ingannevolmente solo come
corpi, si CREDONO divisi” (151). Questo fa esclamare il poeta: “oh komm
und lösch mich aus mein ich” (104). Il vero mistero dell’incontro non si ferma
al confine dei corpi, ma a partire da tale confine può essere svelato come
incontro di “due sensibilità” e, nella fattispecie, di “due scritture” (144), e
della loro insita ricchezza.
Giustamente Vivetta Valacca ci fa notare che i frequenti riferimenti mitici
e biblici del dialogo non sono voluti, ma fanno “parte del nostro mondo
interiore e, di conseguenza, del nostro naturale codice espressivo”, e aggiunge:
“La Bibbia insegna che noi siamo stati fatti a immagine e somiglianza di Dio.
Nella Bibbia Dio è una persona, non un sé indistinto e ci ha creato come
singole persone, individui, ma Dio è Amore e siamo a sua immagine e somiglianza
solo quando amiamo. Lui è eterno e quello che di noi durerà eterno
è l’Amore. Amando troviamo la nostra eternità e la nostra identità. L’essere
amato diventa la nostra identità” (148-149). Il valore del richiamo mitico e
soprattutto biblico è consustanziale al codice espressivo della nostra cultura
in cui noi tutti possiamo sensibilmente identificarci nell’amore come nostra
sola identità. E quindi avviene “dass Liebe uns verändert / wir / nicht mehr
sind was wir je / dachten dass wir wären. / Wir sind ein anderer / sind das
Bild / von uns entworfen: Kind. / Es dauert so lange an / bis die Entdeckung
/ dass wir lieben / viel lauter ist als alles was wir / vorher waren” (70). Il “noi
siamo un altro” di ascendenza rimbaldiana, rappresenta qui la possibilità di
poter concepire un’altra immagine di noi, quella del bambino che ancora ha
davanti a sé tutto il suo futuro, lo stupore della scoperta che amare è voce che
copre tutto quanto eravamo prima, poiché “Es hat uns Berührt / Was immer
schon war: / Jahrtausende lang / ein warten auf Liebe / bevor sie uns / gebar”
(74), la rinascita in un verbo di fede aconfessionale, in cui trova posto ogni
confessione, che nel noi abbraccia l’umanità nella propria fedeltà a sé.
Non possiamo a questo punto, in considerazione dei molteplici aspetti qui
toccati, non pensare al Simposio, il dialogo sull’amore più esteso pervenutoci
dall’antichità. Durante la celebre cena tra intellettuali – in realtà si trattava
di un vero e proprio rito, che accanto al valore sociale e culturale, possedeva
anche una dimensione religiosa – il tema dell’amore viene sviscerato nelle sue
più svariate forme, tra cui anche quella, forse la più nota, delle metà perdute
che hanno nostalgia l’una dell’altra, narrata da Aristofane. Ma è attraverso le
parole di Socrate che l’argomento giunge all’approdo più alto; riferendo agli
amici e ai discepoli della conversazione avuta con Diotima, la sacerdotessa di
Mantinea, tale approdo viene fissato con un termine particolare, e cioè poiesis,
dal verbo greco poiein, fare, creare, e quindi poiesis intesa come produzione,
dieter schlesak, vivetta valacca, la luce dell’anima. zeit los brennt dieses licht hier 601
poesia. Diotima parla di “ogni atto per cui qualcosa passa dal non essere
all’essere”, riferendosi anche all’atto d’amore che “consiste nel partorire in
bellezza sia nel corpo sia nell’anima” (Platone 1986, 97). Ogni vera creazione
è rinascita spiritual-materiale che racchiude in sé l’unità e la molteplicità, ed
avviene nell’ “amore / che crea / e ricrea / a sua immagine / il mondo” (29).
L’atto creatore lascia la propria impronta nell’opera della creazione, la intride
di pneuma, il dialogo di La luce dell’anima nasce allora “così come deve nascere
la vera poesia, qualcosa che esce da noi come se avesse vita propria, pur
essendo la nostra più vera essenza” (144). L’intreccio delle due scritture diviene
la metafora stessa del reciproco compimento nel mistero d’un incontro, nel
mistero di ogni incontro; due cuori si parlano, la loro voce si spoglia nel verso
che urla “le emozioni di chi ha scritto forse più delle sue stesse parole” (146).
Contenuto del principio dialogico-dialettico è quindi un sentire che nella
sua essenza rappresenta la nostra umanità più vera, il noi, come incontro e
compimento reciproco di due destini nella poiesis dell’amore. Ma c’è qualcos’altro,
un altro aspetto attraverso il quale la parola-a-due di Vivetta Valacca
e Dieter Schlesak acquista il proprio definitivo significato: la storia. Ma in che
senso? Angelo Tonelli nell’accurata prefazione al volume parla molto opportunamente
di un “luogo” che si crea, nell’incontro, “che è rifugio dalla storia”
(6), o anche, secondo la poetessa, “luce che rifulge / a noi concessa / nell’orrore
della storia” (19), che è come un ritorno a casa “dal vuoto siderale / dallo spazio
d’inizio” (59), senza che per questo debba farci pensare ad una fuga astorica dal
presente, anzi. Tonelli definisce questo luogo come “l’eterno presente aionico
dell’amore” (6), non sospensione provvisoria del tempo, nemmeno teofania,
ma piuttosto permanenza sotto la superficie del transitorio, “Il luogo è segreto
/ inaccessibile agli altri: / è questo il mistero / Bethel è là” (37). Il tempo aionico
è quello del mito, dove un’azione accaduta sta sempre per riaccadere; il racconto
mitico rappresenta la dimensione fondante dell’essere umano nel suo
manifestarsi, e anche se contestualizzato in un presente disincantato e diviso,
il mito diviene racconto storico, storia di sempre tradotta in quella presente.
Dico questo perché è difficile pensare la storia personale di Dieter Schlesak
separata da quella che volenti o nolenti ha determinato la storia di tutti noi:
la follia nazista e il comunismo. Entrambe le ideologie hanno segnato indelebilmente
la vita di Schlesak, condannandola lungamente all’esilio ‘interno’,
e, dopo la fuga dal regime di Ceausescu, a quello in Germania occidentale
prima, e poi in Italia, in bilico tra tre culture, romena, tedesca e italiana, priva,
come detto sopra, di appartenenza, e ormai incapace di identificarsi con
l’una o con l’altra. Stefano Busellato giustamente scrive che “se Proust diceva
l’artista come ‘cittadino di una patria sconosciuta’, Schlesak è il poeta della
patria negata” (Schlesak, 2006, 11).
Nazismo e comunismo in Schlesak sono insieme anabasi e catabasi di un’
assenza divenuta storia. Nato nel 1934 a Schäßburg (Sighisoara) in Transilvania,
Schlesak apparteneva alla minoranza rumena di lingua tedesca, e all’epoca
dei fatti, quando è scoppiato l’orrore, era solo un bambino. Ne Il farmacista
di Auschwitz, il celebre romanzo uscito nel 2009, parla della sua esperienza
della guerra e delle deportazioni, e a rendere unica la testimonianza del libro
non sono solo il rigore storiografico e la sensibilità dell’autore, quanto proprio
il punto di vista del bambino; del bambino che assiste inconsapevolmente
all’orrore del proprio destino mancato, della propria identità negata. Al bambino
Schlesak toccò apprendere l’orrore di quanto stava accadendo: l’invito ai
suoi concittadini alla collaborazione con le truppe d’occupazione nazista (ai
tedeschi residenti nei paesi occupati dai nazisti era imposto l’arruolamento
non nella Wehrmacht, ma nelle SS), l’orrore, maturato nel tempo in coscienza
adulta, dei parenti amorevoli, dei vicini di casa che collaboravano ad avviare
ai forni, ai gas letali, quelli che fino ad allora erano amici e concittadini. La
verità del male trova un volto in Victor Capesius, il farmacista di Schäßburg,
che instraderà, selezionandoli personalmente, alla morte i suoi concittadini
ebrei, gli stessi uomini con cui si era intrattenuto come commensale, come
buon vicino, facendoli spogliare, distribuendo addirittura dosi di Zyklon-B:
“Capesius era stato il cavaliere di mia madre nelle ore di danza all’epoca del
ginnasio” (29). E proprio per accondiscendere a un desiderio della madre,
Schlesak scrive anche L’uomo senza radici (2011), il secondo romanzo che dà
voce a quel mondo, ad una cultura e un’infanzia sottratte, di cui la memoria
della madre era depositaria, insieme agli anni che sarebbero dovuti essere
spensierati, tramutati invece, come gli uomini internati ad Auschwitz e quelli
trasformati in aguzzini, in vittime.
Forse allora il senso più alto, ed insieme più profondo, alla cui luce va
letto il dialogo dei due poeti, si alza dalle ceneri della storia, di questa storia,
col fumo di un destino negato dalle deportazioni: “Und der Zug der fährt
ab: / Ich aber hilflos / von dir erwartet / als wären wir anders als sonst / jetzt
noch / mit den Engeln der Ferne / Zeit-Los / bald aber ausgesetzt dem / was
wirklich / IST” (42). L’angelo che ci viene incontro non va necessariamente
identificato con la figura del messaggero divino tramandataci dalla dottrina
cristiana, non solo, forse la sua funzione poetica qui è quella di metterci di
fronte a ciò con cui necessariamente dobbiamo confrontarci: l’assenza, che
è reale come ciò che veramente è stato. L’angelo è “Zeit-Los”, che significa
senza tempo, ma anche tempo-destino, sorte, fato, o destino del tempo, come
nello Zeit-Los brennt dieses Licht hier, senza tempo, o nel destino del tempo,
arde questa luce qui, che non a caso intitola la raccolta. Gli angeli portano la
luce che protegge dalla sfera caotica della morte : “Der chaotische Bereich des
Todes / Ist im Streit gegen uns, will uns töten, / Zuerst vielleicht ohne / Licht
und jene Engel, die uns behüten” (82). E tale senso dell’assenza si rapprende
in una domanda che ha tormentato Schlesak per tutta la vita, e che durante
le letture pubbliche dei suoi libri non manca mai di porsi: “Io sono nato nel
1934, troppo giovane per essere arruolato, ma, se fossi nato prima, anche io
sarei stato preso in questa macchina nazista. Cosa avrei fatto?”.
dieter schlesak, vivetta valacca, la luce dell’anima. zeit los brennt dieses licht hier 603
Il destino mancato si carica di tutto il peso che porta con sé il terribile
interrogativo sull’umanamente possibile, investendo quindi la coscienza di
ognuno di noi della consapevolezza che nel tempo storico negato anche la
caduta sarebbe potuta essere, che è possibile per ognuno: “Möglich ist der
Sturz wenn die Engel der Absenz / uns verlassen / und wir mit offenen Augen
in die Zeit fallen” (42). Solo a partire da questa domanda il dialogo d’amore
acquista il suo definitivo significato, completandosi nel proprio bashert. “Le
nostre infatti sono le liriche del bashert”, mi spiega Vivetta Valacca, aggiungendo:
“Bashert è una parola yiddish che significa predestinato. Nella sapienza
ebraica, similmente al mito di Platone, si crede che in cielo l’anima possieda
sia il principio maschile che femminile e che al momento della nascita i due
principi si scindano e il principio maschile si incarni in un corpo maschile,
quello femminile in un corpo femminile, per questo gli esseri umani sarebbero
alla ricerca della propria metà”. La presa di coscienza del male, del non-essere,
significa dare figura all’enigma del bene. Gli angeli possono allora ritornare
nella nostra consapevolezza, e colmarla di ciò che hanno raccolto nell’assenza:
“dann kommen jene Engel wieder / und was sie im Abwesendsein gesammelt
/ sind wir / das Haus / geborgen und umarmt gehen wir / hinein in den
herzwarmen Raum / unseres Zuhauseseins” (44). In questa coscienza (dal
latino cum-scire, sapere insieme) il dialogo ci riporta a noi stessi, nell’altra metà
del cielo, nella luce di un puro essere a casa nel qui e nell’ora, che diviene il
luogo di un’altra possibilità, e di redenzione, in un sentimento che riscatta
anche l’avvenire rubato: “Il nostro sentimento / è luce QUI” (77), “Weißt du /
Liebe ist Leben für immer / Du es brennt dieses ewige Licht HIER / Wenn
die gestohlene Zukunft / Als Sein wiederkehrt” (78).

 

 

Riferimenti bibliografici
Barthes Roland (1964), Mythen des Alltags, Frankfurt am Main, Suhrkamp.
Horkheimer Max, Adorno Theodor (1966), Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi.
Platone (1986), Simposio, trad. e note di F. Ferrari, pref. di E. Cantarella, Milano, RCS Libri.
Schlesak Dieter (1997), Bandiere bucate. Viaggio dentro una rivoluzione, Bergamo, Moretti & Vitali.
–––– (2006), Settanta volte sete, Grenzenlos, Poesie, a cura di S. Busellato, Pisa, ETS.
Schlesak Dieter, Valacca Vivetta (2011), La luce dell’anima. Zeit Los brennt dieses Licht hier, con un’introduzione di A. Tonelli, Pisa, Edizioni ETS.

>>
La luce dell’anima - Recensione di Giuseppe Marchetti

Recensione di Giuseppe Marchetti       La luce dell’anima. Zeit los brennt dieses Licht hier è un’opera composta secondo una doppia intenzione. Da una parte, infatti, il suo lirismo di amore, sangue e...

Read more
>>
Presentazione de La luce dell’anima di Valerio Grutt

    Bologna, 27 ottobre 2016   Sono sempre in difficoltà quando si tratta di presentare un libro di poesia, perché la poesia è fatta di parole indicibili. La poesia è una frequenza, il...

Read more
>>
su La luce dell'anima di Andrea Salvini

Intuizioni    lunedì 16 febbraio 2015   Nota di lettura su La luce dell'anima – Zeit los brennt dieses licht hier di Dieter Schlesak e Vivetta Valacca     Non è facile oggi articolare un'intera raccolta poetica sul...

Read more
>>
Amore in due lingue di Giulio Busi
Amore in due lingue di Giulio Busi

Amore in due lingue Giulio Busi   Da un bel pezzo ormai, da cent'anni e forse più, scrivere d'Amore in poesia è molto pericoloso, e per questo proibito in quasi tutte le letterature....

Read more
>>
La luce dell’anima - recensione di Ivano Mugnaini

La luce dell’anima  di Ivano Mugnaini      Il connubio tra spiritualità e dimensione corporea spesso è di difficile attuazione, nella vita come nell'ambito della scrittura. Spesso le due componenti stridono, o...

Read more
>>
La luce dell’anima - recensione di Massimo Morasso

Dieter Schlesak e Vivetta Valacca, La luce dell’anima - Zeit Los brennt dieses Licht hier, ETS, 2011, 158 pp., € 14 Il secolo scorso, che, ahinoi!, ha l’aria di...

Read more
>>
La luce dell’anima - recensione di Alberto Ricci

LEA - Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente, vol. 1, n. 1 (2012), pp. 597-603  http://www.fupress.com/bsfm-lea   Dieter Schlesak, Vivetta ValaccaLa luce dell’anima. Zeit Los brennt dieses Licht hier,con un’introduzione di Angelo...

Read more
>>
Nel cuore dell’uomo, nel cuore di Dio, di Vivetta Valacca

Nel cuore dell’uomo, nel cuore di Dio: dal Cantico dei Cantici a La luce dell’anima (Conferenza dell’autrice all’Accademia Culturale di Rapallo, 18 novembre 2014)   Ci sono accostamenti obbligati di opere che hanno una...

Read more
>>
Riflessioni su “La luce dell’anima” di Silvano Bicocchi

Non leggo regolarmente poesie, per questo chiedo indulgenza sulle mie modeste riflessioni che provengono non da chi è addentro al tuo linguaggio ma da chi appena solo lo sfiora. Il mito...

Read more
>>
La luce dell’anima - recensione di Salvatore Smedile

  La luce dell’anima Pubblicato il 28 settembre 2012 da Salvatore Smedile  Dieter Schlesak – Vivetta Valacca, LA LUCE DELL’ANIMA. Zeit Los brennt dieses Lichthier(Edizioni ETS 2011).     Dopo la trilogia omerica uscita per...

Read more
>>
La luce dell’anima - recensione di Antonio Di Gennaro

«La luce dell’anima». Versi di Dieter Schlesak e Vivetta Valacca La luce dell’anima è una raccolta di versi composta, a quattro mani, da Dieter Schlesak, poeta e scrittore di origine romena,...

Read more
>>
La luce dell’anima - recensione di Massimo Maggiari

La luce dell’anima Possiamo noi conoscere il Cosmo senza fare uso di navette spaziali? Senz’altro no. Ma la poesia che è nobile gran cosa ci permette di proiettare il pensiero in...

Read more
>>
La luce dell'anima - recensione di Fortuna Della Porta

Dieter Schlesak- Vivetta Valacca La luce dell'anima (Zeit Los brennt dieses Licht hier) ed. ETS, 2012 Eros, inteso come forza di attrazione di corpi, sembra aleggiare irresistibile e prepotente sulla silloge....

Read more
>>
Amore e mutazione - di Annelisa Addolorato

 Amore e mutazione Recensione del libro – bilingue (tedesco/italiano - di poesie di Vivetta Valacca e Dieter Schlesak “La luce dell’anima”, introduzione di Angelo Tonelli (Ets, Pisa 2011).   Una lettura di...

Read more
>>
La luce dell’anima - recensione di Alessandra Mignone

La luce dell'anima - Zeit Los brennt dieses Licht hier Dieter Schlesak, Vivetta Valacca 2011, Edizioni ETS Pagine: 162 ISBN: 9788846731586 Dove finisce Io? Dove incomincia Tu? E’ Soltanto NOI...

Read more
>>
Sentinella, a che punto è la notte? di Vivetta Valacca
Sentinella, a che punto è la notte? di Vivetta Valacca

  «Sentinella, a che punto è la notte?». Gli 80 anni di Dieter Schlesak   «Sentinella, a che punto è la notte? Sentinella, a che punto è la notte? La sentinella risponde: «Viene...

Read more
>>
La luce dell’anima - presentazione di Corrado Di Pietro

  DIETER SCHLESAK – VIVETTA VALACCA   LA LUCE DELL’ANIMA     Presentazione di   Corrado Di Pietro       C’è un filo, unico e ininterrotto, che lega molti luoghi della letteratura mondiale e unisce poeti diversi per origine, formazione, appartenenza,...

Read more
>>
La luce dell’anima - IL MATRIMONIO VERBALE...

IL MATRIMONIO VERBALE DI Vivetta E Dieter     Nota di lettura al volume La luce dell’anima (ETS, Pisa 2011) di Vivetta Valacca A un anno dal conferimento del Premio Astrolabio è per me...

Read more
>>
Visione, arte e sguardo di Vivetta Valacca

Visione, arte, sguardo ne La luce dell’anima di Dieter Schlesak e Vivetta Valacca Lezione di Vivetta Valacca, Università di Cassino e del Lazio Meridionale 2 maggio 2016         Visione, Arte, Sguardo: questo il fulcro...

Read more
>>
Nota a La luce dell’anima di Ubaldo de Robertis

 La luce dell’anima, di Vivetta Valacca e Dieter Schlesak.     Mi viene voglia di collocare in un ideale luogo letterario la serie di incontri tra Vivetta e Dieter  intenti a creare il...

Read more

L’uomo senza radici

L’UOMO SENZA RADICI

L’uomo senza radici

Il farmacista di Auschwitz

IL FARMACISTA DI AUSCHWITZ  

Il farmacista di Auschwitz