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A un anno dal conferimento del Premio Astrolabio, Dieter schlesak e Vivetta Valacca, con La luce dell’anima si aggiudicano il prestigioso Premio “Letteratura” indetto dalla rivista internazionale Nuove Lettere e dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli del quale hanno fatto parte dall’inizio fino alla prematura scomparsa gli scrittori Dario BellezzaFranco Fortini e Giorgio Saviane.

La giuria del Premio, composta dalla Redazione della rivista Nuove Lettere, vanta la presenza dei Professori Roberto Pasanisi (Lingua e Letteratura italiana, Università Statale per le Relazioni Internazionali MGIMO, Mosca), Constantin Frosin (Lingua e Letteratura francese, Università “Danubius”, Galaţi), Antonio Illiano (Lingua e Letteratura italiana, University of North Carolina at Chapel Hill), Mario Susko (Letteratura americana, State University of New York), Násos Vaghenás (Teoria e critica letteraria, Università di Atene) e Nguyen Van Hoan (Letteratura italiana e Letteratura vietnamita, Università di Hanoi).

Oltre 1.150 le opere a concorso nelle varie sezioni di poesia, narrativa e saggistica.

 Amore e mutazione



Recensione del libro – bilingue (tedesco/italiano - di poesie di Vivetta Valacca e Dieter Schlesak “La luce dell’anima”, introduzione di Angelo Tonelli (Ets, Pisa 2011).

 

Una lettura di Annelisa Addolorato

(Milano, Agosto 2013)

 

 

Per la prima volta sono venuta a conoscenza di questo libro grazie un reading poetico collettivo realizzatosi a Genova il 21 marzo del 2011, presso la Stanza di Poesia del Palazzo Ducale. Qui la scrittrice Vivetta Valacca ha letto e presentato il volume, risvegliando subito in me sicuramente interesse e curiosità, data la mia passione, sia poetica che di studio, in un recente passato accademico, riguardante la mistica.

 

Vivetta Valacca e Dieter Schlesak intrecciano in questo libro un dialogo duplicemente bilingue, un dialogo tra femminile e maschile, ma anche tra due lingue diverse: l’italiano, lingua di Valacca, e il tedesco, lingua scelta da Schlesak. Un colloquio di amorosi sensi, dunque, cresce lentamente, come un’onda che si sviluppa dal centro dell’oceano. Già nel titolo troviamo un’immagine esplicita che ci immerge nel liquido amniotico in cui è avvenuta la gestazione dell’‘ineffabile linguaggio’ mistico di tutti i tempi: la luce. La troviamo in mistici caldei ed ebraici, indiani, sufi, taoisti, presocratici, San Juan de la Cruz, eccetera...:

Ma questo poema a due voci prende forza, si ingrandisce e si va a rifrangere con impeto e delicata forza nel cuore-mente (come ad esempio i mistici taoisti definivano e consideravano il congiunto di sensazione e ragione) di chi legge. L’incontro interpretato e descritto dalle due voci poetiche è ‘ad armi pari’, è una tenzone marziale, un duello all’arma bianca in cui ogni colpo va a segno pacificando, poco a poco, l’incontro tra due individualità diverse, tra due modi di sentire, aumentando l’intesa tra i suoi protagonisti. Questo dialogo fatto di gesti, corporalità che si fonde e confonde alla spiritualità, smussa gli angoli, riequilibra le energie di ognuno e forma l’intero della coppia, salvaguardando le peculiarità dell’individuo, placa, dona e sacralizza corpo e anima nell’incontro d’amore.

Assistiamo al dialogo tra anima e animus, tra yin e yang: il principio femminile e maschile di tutte le mistiche orientali e occidentali, il cui incontro forma l’uno, l’armonioso bilanciarsi di elementi e caratteri complementari opposti che, insieme, danno vita allo scorrere armonico della vita. Il maschile e il femminile si incontrano, pur esprimendosi qui addirittura in lingue diverse, pur utilizzando e sentendo propri codici di comunicazione diversi. Anzi, proprio questa diversità consente la fusione, l’incontro e la crescita e il rinnovamento del dialogo.

Lo sfondo su cui dipingono il loro libro Valacca e Schlesak è innanzitutto quello della cultura ebraica, con i suoi archetipi e la sua mistica. L’alfabeto che si tesse e nutre di gesti, codici segreti che si dispiegano come rituali iniziatici. In tutte le epoche e latitudini, nella mistica si avviluppano, e sempre ballano insieme, la corporalità, la sensualità più esplicita e la più profonda spiritualità.

Qui il dialogo amoroso è declinato non solo in senso sentimentale, sensuale ed erotico, ma anche in senso profondamente spirituale, intriso di un misticismo della parola incarnata, e che fa del corpo, del suo linguaggio, dei suoi archetipi e simboli parola divina, superiore, che si compie nell’incontro e nel dialogare dei sensi.

La tradizione ebraica, quella caldea, … tutte le culture hanno creato e contemplato un mito dell’androgino. Il mito dell’androgino si ripropone anche qui, nelle sue fattezze cabalistiche.

L’incontro della complementarietà tra maschile e femminile, la ri-composizione dell’uno primordiale è la dominante nel canto dei due poeti.

 

L’elemento maschile e femminile, non corrispondono alla distinzione tra sessualità diverse, ma caratterizza anche aspetti che convivono nello stesso essere umano, a prescindere dalla sua fisiologia e dal suo specifico biologico.

Dare una forma al sogno di perfezione nell’unione, armonizzazione nella mutazione chimico-alchemica degli elementi: questa è la prospettiva in cui si inscrive questo percorso poetico.

Il corpo è scrigno, alambicco, crogiolo.

L’ordine di questi termini può variare e varia a seconda delle combinazioni, proporzioni

della presenza, nella stessa persona, se interpretiamo il dialogo come un dialogo interno, di ogni persona con se stessa, o interpersonale, ovvero come incontro tra due persone, che in questo caso sono un uomo e una donna, oppure comunque rappresentano la differenza tra due persone diverse che si iniziano mutuamente, e reciprocamente sperimentano la ritualità dell’avvicinamento e dello scambio amoroso (relazionale), che implica, attenzione, vicinanza, concentrata sensibilità diffusa.

Ma il dialogo che si apre tra maschile e femminile è anche, come in tutte le mistiche antiche e contemporanee, occidentali e orientali, fatto di corpo, gesti, sensi che si aprono, e nella poesia si nominano, le parole si sovrappongono ai corpi, i corpi alle sillabe, creando un ampio disegno.

 

Il maschile inizia col confessare e insieme nascondere il desiderio di unione:

 

“VERGIB, DASS ICH DICH TRÄUMTE,

wir wären nackt und nicht nur

hier im Gedicht zusammen…

 

(…) Die Langsamkeit wie die Zeit/ zu degne mit                                                

                                                                            [der Zunge

und alle Sprachen unten zu sprechen”

 

 

“PERDONA, CHE TI SOGNAI,

sognai che fossimo nudi e non solo

qui insieme nella poesia…

 

(…) La lentezza come il tempo/da estendere con la

                                                                       [lingua

e tutte le lingue da parlare laggiù (…)”

(pp.110-111)

 

La voce maschile qui intervalla, alterna immagini astratte e concrete, intelletto e corpo.

Nomina la nudità e la lingua; entrambi i termini vengono menzionati sia nel loro significato carnale, sia in quello etereo, concettuale.

L’uso dell’ossimoro, la polivalenza di significati e significanti, sono tratti linguisticamente e stilisticamente onnipresenti nella tradizione della poesia mistica, e li ritroviamo ampiamente declinati anche in questo poetico carteggio mistico tra Valacca e Schlesak, in un rifiorire, rinnovarsi e ritrovarsi, di immagini e immaginari.

Il corpo diventa alambicco, l’unione dei corpi e delle voci, delle voci e dell’essere sottile,

mutazione alchemica e mistica. Il senso del tatto, insieme a tutti gli altri sensi simboleggia spesso l’apoteosi sensoriale che nasce e insieme è effetto della comunicazione e del relazionarsi tra le due persone che dialogano in piena consapevolezza di sé.

 

Così la relazione è mutazione, mutazione dello stesso corpo, mutazione della luce e dello sguardo di ognuno, che viene ampliato in quello dell’altro, dell’altra. Questo miracolo umano accade nello spazio ricavato nell’abbraccio, e in quello ricamato nella luce della vista di entrambi, qui rinasce e si rinnova quello spazio sacro, o temenos, così familiare alla mistica, alla creatività e al linguaggio amoroso che le contiene entrambe.

Questa fusionalità porta alla ricomposizione dell’androgino, dell’essere perfetto e unico, unificato, curato dalla separazione ancestrale. Questo androgino, non è un mitico essere chiuso su se stesso, una monade chiusa, ma è piuttosto il seme che, come incontro - non come collisione - tra pianeti o asteroidi complementari e opposti, rende possibile il ‘noi’. Così, giunto a maturazione e compimento, l’amore per se stessi si amplia nell’amore di coppia, di unione con l’altro, e ulteriormente si amplifica riconoscendosi e risuonando nel cosmo come cellula di un amore condiviso collettivamente, comunitariamente, socialmente.

Ecco il noi che, in modo ‘esorbitante’ - cioè uscendo dalla propria orbita chiusa e liberandosene-, emerge dall’incontro dell’uno con l’altra:

 

La voce maschile, quindi, può annunciare:

 

“Miteinander ligen im Wort

Lass uns lieben was kommt

Er wird uns gehören, reicher

Als das

Was wie je waren:

Es will dich

Es will mich

Es will uns

 

insieme siamo stesi nella parola

abbandoniamoci ad amare quello che ci porta

il nostro noi sarà più ricco

di quello

che siamo stati prima

Lui vuole te

       vuole me

       vuole noi”

(pp. 38-39)

 

E la voce femminile, molte pagine dopo, riecheggia e precisa:

 

“Nessuno entra solo

TU SEI

codice scritto per me e io il tuo”

(p. 73)

 

Qui il mito dell’androgino trova la sua naturale espressione nella veste di matrice ebraica, yiddish. Come negli sgargianti, morbidi colori e negli onirici gesti d’amore (baci, abbracci, effusioni..) che sovente gli innamorati si scambiano, nei quadri di Marc Chagall, come prove di un’unione forte e solida, e di una ritrovata unità primordiale tra principio maschile e femminile, così anche nel libro “La luce dell’anima” ritroviamo queste dinamiche, che si rifanno al mito del “Bashert”. In questa prospettiva il “Bashert”, o “predestinato”, dopo la nascita, incarnatosi in due corpi, uno identificato con il principio femminile e l’altro con quello maschile, anela alla parte di sé da cui è stato diviso, ma a cui è e rimane legato indissolubilmente. Anche Alberto Ricci, nella sua recensione sul libro di Valacca e Schlesak, apparsa in “LEA, Lingue e Letterature d’Oriente e d’Occidente” (Firenze University Press, Vol. 1, 2012, pp. 577-583), rammenta questa chiara radice archetipica, e quello che la stessa Valacca durante un’intervista gli ha presentato, definendo i testi raccolti nel libro come vere e proprie “liriche del Bashert”.

L’anima dunque ritrova la sua unità nel suo cammino terreno, dopo la separazione avvenuta dopo l’approdo ‘nella vita’. Ecco dunque come ritroviamo il principio divino incarnato in quello umano, in piena consonanza con le tradizioni mistiche di diverse origini culturali e cronologiche.

Nel volume di poesie “La luce dell’anima”, ci sono anche rimandi ad altre tradizioni mistiche, e per esempio è stato già reperito nel testo, dalla critica, anche il codice simbolico della mistica tantrica di origine indiana, che a sua volta conferisce estrema importanza al linguaggio iniziatico e sacerdotale del corpo. I versi di Valacca chiariscono questa prospettiva erotica e sapienziale, che pone l’amante, in senso alto, ‘al di sopra’ del poeta. Eros sicuramente viene inteso dai due autori del libro nella sua accezione originaria, cioè come forza primordiale (per esempio presocratica), come legame, collante per tutte le energie , ‘legame’, ancestrale ‘religio’, che appunto unisce ogni entità, ogni essere vivente.

 

“Sacerdote è il Poeta

 

ma chi ama

è re e sacerdote”

(p. 63)

 

E il noi permea questo universo espanso

 

“Dove finisce Io?

Dove incomincia Tu?”

È

soltanto NOI dovunque.

 

Ti porto in me, nascosto e vibrante

ti trovo

mi trovi anche quando non ti cerco”

(p. 25)

 

Ci si legge nel corpo e negli occhi, come si legge un libro di sapienza moltiplicata, elevata all’infinito. La voce femminile innesca questo paragone:

 

“e sfoglio le pagine del tuo corpo”

(p. 15),

 

tema che viene subito ripreso dalla voce maschile:

 

“Und manchmal sind

Weisseste Seiten die weisseste Haut

Und nicht mehr zu trennen”

 

“e talvolta

le pagine sono più bianche e più bianca la pelle

mai separabili”

(pp. 22-23)

 

e ‘lei’ aggiunge

 

“SIAMO ora

scrittura che VIVE”

(p. 77)

 

Per Schlesak e Valacca il corpo dell’amato è come un libro sapienziale, sacro. È mito incarnato. Per Octavio Paz il corpo dell’amata è il mondo, la sua peculiare, unica e speciale personale geografia. Questa prospettiva psicogeografica si ripropone anche nella voce femminile di Valacca, poco più avanti:

 

“Nell’estate del cuore / nell’isola sacra / giorno e notte/ IO vivo con TE (…) /

la bussola / dell’amore /unica ci guida”

(p. 35)

 

E dove il poeta messicano Octavio Paz scriveva: “Vago per il tuo corpo / come per il mondo” (trad. dallo spagnolo di A. Addolorato), qui la voce femminile incalza:

 

“Il luogo è segreto

inaccessibile agli altri:

è questo il mistero/Bethel è là”.

(p. 37)

 

Il temenos, il luogo segreto dove ha luogo l’amplesso metaforico e reale degli amanti, prende forma, è una città mitologica, mitica, allo stesso tempo, paradossalmente, nota a tutti e irrimediabilmente nascosta, protetta da intrusioni o sguardi estranei, indiscreti. Proprio come risulta spesso paradossale e indicibile l’esperienza dell’amore mistico. Il luogo segreto dell’amore è uno spazio sacro, il suo nome è lo stesso nome ebraico della città sacra di Bethel, spessissimo nominata nella Bibbia: è la “casa di Dio” (בית אל).

 

C’è un altro tema, che viene sviluppato da entrambe le voci poetiche che dialogano nel libro, ed è quello del ‘prendere corpo’, rendersi conto della altrui e propria carnalità, acquisirne consapevolezza nel contatto con l’altro, come dice per prima la voce femminile:

 

“IO da te

strappata all’effimero

TU nel cerchio sacro

delle mie braccia.”

(p. 79)

 

Nella voce femminile troviamo poi anche un riconoscibile, e più che esplicito, richiamo al “Cantico dei Cantici”, testo biblico, salomonico, in cui l’amore divino e spirituale assume le sembianze e la simbologia di quello naturale e agreste:

 

“io sono la rosa di sharon

il giglio delle valli

io desidero sedermi

all’ombra del mio Amato

il suo frutto è dolce al mio palato

…”

(p. 81)

 

Soprattutto nella seconda parte del libro, le due voci poetiche evocano e descrivono l’intervento di presenze angeliche, che testimoniano e vegliano il loro amore, o come messaggeri divini lo preservano. Queste presenze, pur essendo molto eteree, rappresentano anche le radici umane con il mondo reale, concreto, tangibile. Gli angeli qui, proprio come nella mistica ebraica ‘più tradizionale’ (si ricordino anche gli angeli dei quadri di Chagall), sono intermediari, che ricordano agli esseri umani la loro radice divina, ma anche li sostengono nel loro fondamentale radicamento terreno, per la realizzazione piena, appunto, della loro vita umana. La frequenza con cui si trovano menzioni bibliche nel libro è innegabilmente alta, e Valacca ne chiarisce il senso, coerentemente con l’andamento mistico e misterico del testo. I rimandi e le citazioni non sono né vogliono essere eruditi esercizi di stile. Sono parte integrante e ‘naturale’ degli stessi poeti che scrivono questi versi: non sono, come la loro cultura e antropologia d’origine, altro che parte di loro, quasi come se fossero parte della loro corporeità perché, come sosteneva Marguerite Yourcenar, nel secolo scorso: “La patria è quella da cui si è potuto posare uno sguardo consapevole sul mondo. La mia prima patria sono stati i libri”. Questa esperienza è ancora più calzante se si pensa per esempio alla biografia di Dieter Schlesak, che, proprio come Chagall, tra milioni di altre persone ha -per motivi diversi, in varie epoche e latitudini al mondo- vissuto sulla propria pelle un esilio prolungato, e ha fatto dell’arte la sua patria più affidabile, fertile e solida. Sicuramente si può condividere l’opinione espressa da Giulio Busi nella sua recensione al libro (in “Il Sole24 ore”, 28 ottobre 2012): l’estremo azzardo della coppia poetica Vivetta-Schlesak nello ideare a quattro mani e in due lingue una silloge amorosa oggi, in questo millennio - che ad alcuni può sembrare aridamente disincantato o addirittura anestetizzato nei confronti di un tema di questa portata - è valso la pena. E vale assolutamente la pena leggere e rileggere questo scrigno argentato in forma poetica. Si trova la pienezza della vita nel noi, nella condivisione, e così il principio maschile accompagna quello femminile, come in ogni tempo il tu e l’io rinnovano questo reciproco invito salvifico, che spiega e dispiega da sempre la luce della vita e della convivenza umana:

 

“oh komm und lösch mich aus mein ich”

 

“oh, vieni e cancellami dal mio io”

(pp. 104-105).

www.annelisaddolorato.it          

 

http://afinidadesafectivasitalia.blogspot.it/2012/05/vivetta-valacca.html

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