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A un anno dal conferimento del Premio Astrolabio, Dieter schlesak e Vivetta Valacca, con La luce dell’anima si aggiudicano il prestigioso Premio “Letteratura” indetto dalla rivista internazionale Nuove Lettere e dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli del quale hanno fatto parte dall’inizio fino alla prematura scomparsa gli scrittori Dario BellezzaFranco Fortini e Giorgio Saviane.

La giuria del Premio, composta dalla Redazione della rivista Nuove Lettere, vanta la presenza dei Professori Roberto Pasanisi (Lingua e Letteratura italiana, Università Statale per le Relazioni Internazionali MGIMO, Mosca), Constantin Frosin (Lingua e Letteratura francese, Università “Danubius”, Galaţi), Antonio Illiano (Lingua e Letteratura italiana, University of North Carolina at Chapel Hill), Mario Susko (Letteratura americana, State University of New York), Násos Vaghenás (Teoria e critica letteraria, Università di Atene) e Nguyen Van Hoan (Letteratura italiana e Letteratura vietnamita, Università di Hanoi).

Oltre 1.150 le opere a concorso nelle varie sezioni di poesia, narrativa e saggistica.

Luce/Licht – recensione di Simonetta Sanna, Università di Sassari

 

Antologia poetica a due voci e in due lingue, Luce/Licht (Pisa: Edizioni ETS 2018) è la testimonianza di un incontro tra un uomo e una donna che scrivono nelle rispettive lingue, il tedesco e l’italiano, e traducono nella propria quella dell’altro. Il segno dei due poeti è dunque l’incontro: è la Zwischenschaft, l’abitare tra lingue e culture, che spinge alla ricerca di un’appartenenza al proprio tempo e a ciò che i tempi accomuna.

Per Dieter Schlesak questo esiliocosì partecipe è l’approdo di una lunga vicenda biografica: nato a Sighişoara in Romania, emigrato in Germania e stabilitosi infine in Italia, è stato testimone di due dittature, quella nazista e quella comunista. Poeta, romanziere e saggista di lingua tedesca, ha scritto romanzi complessi come Il farmacista di Auschwitz (2009) e L‘uomo senza radici (2011), in cui ha indagato dalla prospettiva apparentemente marginale dei Sassoni di Transilvania le ragioni contradditorie dell’adesione al nazionalsocialismo. Ma anche nelle raccolte poetiche, da Grenzstreifen (Bucarest 1968) a Settanta volte sete. Oltrelimite (Grenzen Los) (Pisa 2006), questa propensione a sostare nel limite trasforma il suo linguaggio in un’insistita, umanissima protesta contro la morte, spirituale prima ancora che fisica, e nella rivelazione di un mondo interiore animato dalla sete di un incontro autentico.

In Vivetta Valacca la Zwischenschaft non è il risultato di una peregrinazione tra l’est e l’ovest dell’Europa, ma di un viaggio alla ricerca di sé. Saggista, poetessa, studiosa e docente di lettere a Rapallo, è autrice di una trilogia poetica di tema omerico: Il mare dai mille occhi, Lo specchio del mondo, La danza delle onde (2006-2007). Nel mondo di Omero ha incontrato gli archetipi sottesi all’umana esistenza e vi ha riconosciuto le proprie radici.

Nel 2006, quando presenta al World Festival Poetry di Heidelberg la sua poetica del mitoesistenzialismo, avviene l’incontro con l’autore tedesco, principio di un sodalizio profondo, umano e professionale, che li porterà a “rivivere il mito e a riscriverlo nei dialoghi d’amore Tempo tempesta e le ferite dell’amore e La luce dell’anima, ora raccolti in Luce/Licht in una seconda edizione riveduta. Qui l’incontro amoroso tiene aperto il “dialogo con se stessi e con l’altro” (D. Schlesak), ed è fonte di una Luce/Licht, che brilla Zeit Los, come dice il sottotitolo, cioè senza tempo e proprio per questo destino.

Vite, storie, culture, sensibilità e corpi si intrecciano nell’antologia in uno scambio incessante, tanto da essere distinte solo dal corsivo (per lei) e dal tondo (per lui):

                                                                                                                              

Sein der Andere / im Andern

dein wahreres Ich

neu zusammen gesetzt

nie gebrochen

Essere l’altro/nell’altro

il tuo io più vero

ricomposto

mai franto (18-9)

È un canto in due tonalità, che dà voce al tono sublime di poesie metafisiche e a quello medio della gioiosa esperienza dei sensi, con cui il mito si incarna nell’oggi: è questa la differenza che attraversa i testi, in equilibrio tra prosa e poesia. Il tono inconfondibile di un lirismo temporale, brioso e vibrante, celebra appunto la pienezza della vita fisica, giacché “attraverso la pelle / L’ANIMA PARLA ALL’ANIMA” (daß Haut an Haut / SPRICHT DIE SEELE ZU SEELE, 128):

                                                 

Und wenn das irgendjemand nicht glaubt

der hat uns nicht zusammen gesehen […]

wer nicht an die Liebe glaubt weiß nicht wie er mich küsst

mein Geliebter

E se qualcuno non ci crede

Non ci ha visti insieme […]      

se non crede nell’Amore

non sa come mi bacia

lui, il mio amore (54-55)

Il vissuto amoroso realizza la redenzione del corpo, amato e scoperto nell’altro e con l’altro, e risveglia i sensi:

die Tore öffnet

von denen ich nicht wusste

noch nicht geöffnet

in mir

apre quelle porte

che non sapevo

o non avevo

ancora (12-13)

Ma proprio perché: “Wenn Leben Liebe ist / lebe ich” (Se vivere è amare, / io sto vivendo, 28), l’amore plasma anche il tempo, addensandolo, per imporgli un moto unitario e cangiante:

DU.

Die Zeit in einem Punkt

PULSIERT!

TU.

E il tempo

vibra in un punto (68-69)

Sennonché l’attimo pieno colma il corpo e lo spirito, e raggiunge il fundus animae sino a varcare la soglia del tempo e a riconnettersi all’eternità:

Als ginge ich über

Die engste Brücke der Welt

Den vergessen Abgrund

come se io camminassi

sul più stretto ponte del mondo

sopra l’abisso dimenticato (52-53)

È questo il momento in cui la poesia fisica diviene poesia metafisica, “arte del ritorno” che impone al dialogo dell’amore un tono alto e sublime, coincidente con l’essere e col mito che si rinnova nell’oggi: “Du Bräutigam der Seele / ewiger Bräutigam / des Herzens” (Tu sposo dell’anima / sposo eterno / del cuore, 60-61). Così il tempo si torce su se stesso, si annulla sino a confondersi con l’infinito, senza principio né fine, “Zeitlos wo wir standen / Wo wir stehen” (al di là del tempo e dove eravamo / e dove siamo, 38-39): privo dell’ancoraggio esclusivo nel tempo (Zeit) del qui ed ora, l’Amore diviene destino, Los:

Als wäre es

Von Anfang an so bestimmt:

Dass wir SIND

come

predestinato a noi fin dal principio

quello che SIAMO (62-63)

Quale dono di Amore! Nell’attimo pieno i sensi si interiorizzano:

AUGENSCHAUEN

Du bist ein brennender Punkt in mir

und die Unruhe […]

wie mein geschlossenes

Auge, das nach innen sieht

SGUARDI

Tu sei un punto bruciante in me

l’inquietudine […]

come il mio occhio

chiuso che guarda verso l’interno (48-49)

   

Risuonano mitoesistenzialistiche la pienezza sensuale e la soggettività del vissuto amoroso, capaci di trasfigurare il presente e rinviare al segreto di ogni incontro autentico e alla genesi dell’uomo interiore, alla seconda nascita, come nella tradizione mistica da Agostino a Meister Eckhart:

von dir/von mir in UNS

erkannt

von neuem

ist das Prinzip der SCHÖPFUNG

conosciute

da te/da me in NOI

di nuovo

il principio della CREAZIONE (42-43)

Proprio perché gli amanti attingono nel rapporto con l’amato/a all’altro da sé, l’interezza molteplice si disvela intreccio di archetipi, di miti, di immagini eterne, bibliche e classiche: l’amore apre l’anima verso l’assoluto e la fa partecipe della sostanza divina, dell’eterno; è anche il mito di Psiche, che amando ritrova Amore.

Al di là dei toni diversi e intrecciati, è infatti l’incontro stesso a costituire il filo rosso che congiunge la poesia fisica e metafisica; il tema del riconoscimento reciproco consente di attingere alla molteplicità e all’unità di sé tramite il confronto con l’amato/a, insieme affine e diverso/a, specchio in cui riconoscersi:

DIE ZWEI – EINS

Es hat uns Berührt

Was immer schon war:

Jahrtausende lang

Ein Warten auf Liebe

Bevor sie uns

Gebar.

In unendlich frühen Zeiten

kannten wir uns

als Kinder Geschwister

Vater und Tochter

als Freunde als

Mann und als Frau

I DUE – UNO

Ci ha toccato

ciò che è stato sempre:

millenni interiori

aspettando amore

prima che l’amore adesso

ci facesse nascere.

                 

Nei tempi eterni, prima

ci siamo conosciuti

come bambini fratelli

padre e figlia

come amici

o come sposi:

uomo e donna (96-97)

                              

Da questa unità nella molteplicità nasce la scrittura a due voci: “WIR SIND jetzt / die LEBENDE Schrift” (Siamo ora / scrittura che VIVE, 98-99), scrittura che rinnova sia la pienezza del presente, sia l’aspirazione all’eternità:

komm leg dich her so in den Satz

dass alles quer zu Zeit sich liebt

und küsst

vieni e mettiti comoda adesso nella frase

così rannicchiati contro il tempo amiamo tutto di noi

e ci baciamo (66-67)

È dunque dal vissuto amoroso che traggono ispirazione le liriche di Luce/Licht, “dialogo pieno, dono miracoloso”, che si dà “solo quando le due parti si riconoscono nell’altro” (181-182), quando insieme tendono all’Uno: capace di sconfiggere la morte, questa nuova voce si intreccia con l’oggi e l’infinito. Ed è un messaggio necessario, in un’epoca di ‘amori liquidi’, prigionieri delle effimere dinamiche di consunzione.

Simonetta Sanna

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